digitale terrestredi Sandro Cimino.

La televisione digitale terrestre o DTT dal termine inglese Digital Terrestrial Television è la televisione terrestre rappresentata in forma digitale.
Essa costituisce un’importante innovazione tecnologica e coinvolgerà in questo cambiamento oltre 20 milioni di abitazioni entro il 2012.

Dal 2008 ha preso il via lo switch-off e progressivamente verrà spento il segnale analogico in tutto il territorio nazionale. Il passaggio a questa nuova tecnologia di trasmissione del segnale televisivo non dovrebbe comportare costi per i fruitori del servizio, a parte l’acquisto di un decoder. L’impianto d’antenna richiesto dal digitale terrestre è lo stesso già usato per le trasmissioni analogiche e quindi già presente in tutte le abitazioni; alcuni impianti, particolarmente i più vecchi, possono però richiedere una revisione: l’Agcom ritiene infatti che per i sistemi centralizzati sia da prevedere la necessità di un intervento tecnico di adeguamento almeno nel 20/30% dei casi. I costi legati anche all’adeguamento degli impianti d’antenna sono quindi rilevanti.

Inoltre non è possibile ricevere il segnale digitale terrestre con antenne che ricevono poco segnale per esempio quelle antenne a forma di v che tutti conosciamo date in omaggio con i televisori analogici, sopratutto 14 pollici, o acquistate per pochi euro in quanto se si amplifica uno scarso segnale analogico si ottiene un segnale analogico accettabile ma se si amplifica uno scarso segnale digitale si ottiene solo lo scarso segnale di prima.

I costi non sono esclusivamente per gli spettatori, ma anche per le emittenti televisive: la RAI nel 2008 ha chiesto un importante aumento del canone giustificato anche dai costi del passaggio al digitale terrestre.

Il passaggio dall’analogico al digitale prensenta anche vantaggi rilevanti:

  • Un maggior numero di canali a disposizione dell’utente(molti dei quali purtroppo saranno a pagamento.)
  • Una migliore qualità delle immagini (soprattutto per le trasmissioni in HD)
  • Possibilità di interagire con i programmi televisivi.

Il punto di forza del segnale digitale è che non è soggetto ad interferenze, tipiche del segnale analogico che è esposto all’interferenza di altri segnali radio provocando visioni imperfette. Il segnale digitale, invece, è fatto da “pacchetti di “0” e “1” che non risentono di interferenze.

Un altro vantaggio deriva dal fatto che, con la frequenza portante che prima permetteva la diffusione di un solo canale analogico, potranno essere trasmessi quattro canali digitali di pari qualità.

La cosa che risulta più difficile per i telespettatori è la scelta del decoder. In commercio ce ne sono di tantissime tipologie e alcuni di pessima qualità. Esistono sul mercato due tipi di decoder: i decoder interattivi, in grado di ricevere programmi televisivi e di utilizzare i nuovi servizi disponibili con la Tv digitale i decoder non interattivi, o zapper, in grado di ricevere solo i programmi televisivi. Il prezzo di vendita è assolutamente libero e dettato dal mercato. Il decoder non interattivo non è compreso nel contributo statale di 50 euro.

Per scongiurare il rischio che i consumatori possano acquistare un decoder non adeguato (e quindi inutile) saranno infatti creati altri due bollini di qualità che si sommano a quello Blu per i decoder interattivi e a quello Bianco per i modelli integrati nei televisori (che sono ormai il 90% di quelli venduti). I tecnici si sono messi al lavoro per tempo e hanno già individuato, comunicandole ai produttori interessati (oltre una trentina in tutto) le specifiche tecniche dei due nuovi bollini: “Gold” per i decoder e le Tv dotate di sintonizzatore Hd per l’alta definizione e “Grigio” per i ricevitori cosiddetti “zapper”, quelli a basso costo che consentono la sola ricezione dei programmi digitali trasmessi in chiaro.

Non ci resta che aspettare che il segnale digitale raggiunga anche casa nostra e sperare che tutto vada per il verso giusto.

reputazione-online

di Sandro Cimino.

Hai fatto tanto per costruirti una buona reputazione in ufficio o più in generale tra le persone che frequenti? Bene, ma potrebbe non bastare.

Con l”evoluzione del Web 2.0 la tua reputazione è sbarcata online. Ognuno di noi ha un”identità virtuale che si è formata con l”utilizzo sempre più assiduo di internet. Social Network, Youtube, gallerie di immagini online, sono tutti ottimi strumenti per raccogliere e rendere disponibili al popolo della rete le tue informazioni e le tue immagini.

Basta provare a digitare il tuo nome su Google per veder comparire centinaia di pagine che parlano di te o che contengono le tue foto. I social network hanno amplificato moltissimo questo fenomeno. Facebook lascia indicizzare a Google il nostro profilo, permettendo di visualizzare a chiunque una miniatura della foto del nostro profilo e la lista dei nostri amici. Solo un utente esperto sa configuararlo in modo da scegliere le informazioni che si vuole rendere pubbliche e quelle che vogliamo restino private. Inoltre sono nati molti siti internet creati ad hoc per raccogliere informazioni sulle persone. Tra questi spiccano 123people.ch e facesaerch.com. Il primo fa una ricerca del tuo nome in tutti i social network esistenti, controlla se esiste un dominio registrato del tipo:(nomecognome.it,com,eu ecc), raccoglie le tue foto, i video , i tuoi indirizzi e-mail, numeri di telefono ecc. Il secondo invece è specializzato nel raccogliere le tue foto e le visualizza con un simpatico effetto flottante. Per fortuna questi strumenti non sono molto accurati e molte volte visualizzano informazioni errate raccolte sommariamente sul web

Mettiamo il caso che, digitando il tuo nome su Google, compare la lista dei firmatari di una petizione a favore della prostituzione……che cosa ne penserebbe tua moglie?

Nel blog di un amico vedi una foto di te ubriaco in una festa ai tempi dell”università.

Mazzata finale: Su Google Earth ti accorgi che, grazie alle foto da satellite, tutti possono vedere il box abusivo che hai costruito in giardino.

Questi sono alcuni esempi di come la rete può intaccare la tua reputazione e diffondere un”immagine di te che ormai non corrisponde più alla realtà. Internet, infatti, non dimentica. Molte informazioni o accadimenti possono risalire a molto tempo fa e comparire ancora oggi in molte pagine, raccontando fatti spiacevoli che ormai avevi superato.

La reputazione online è molto importante. Basti pensare al fatto che oramai è diventata consuetudine, da parte dei responsabili della selezione del personale delle aziende, cercare su internet informazioni sui candidati ed utilizzarle per scoprire lati della personalità che sembrano irrilevanti ma che dicono molto.

Bisogna stare molto attenti, quindi, a quello che pubblichiamo sul web e renderci conto che molte di quelle informazioni possono ledere la nostra immagine o, peggio, possono essere utilizzate per fini illeciti. Sono molto frequenti i casi di furto d”identità. Persone senza scrupoli raccolgono più informazioni possibili su di una persona, ricostruiscono la sua identità utilizzandola per operazioni illecite come l”apertura di conti correnti a nome del malcapitato o l”acquisto di beni. Tutto questo all”insaputa della vittima che vedrà recapitarsi richieste di pagamento di oggestti mai acquistati.

Per non ritrovarti in una di queste situazioni, prima di pubblicare i tuoi dati personali, magari con la speranza che ti contatti la donna della tua vita, pensa che invece potrebbe contattarti la polizia a causa dei movimenti illeciti compiuti a tuo nome.

di Sandro Cimino.

Internet è un pezzo importante del nostro futuro.

connessioni_wifiSe un paese riesce a dotarsi di infrastrutture capaci di garantire un accesso al Web veloce, efficiente e a basso costo, ne riscontrerà benefici nell”economia, nella qualità del lavoro e della vita in generale. Purtroppo la Rete italiana è inadeguata, arretrata rispetto a quella degli altri Paesi (per numero di utenti siamo al 29° posto su 53 Paesi europei ed il 12% della popolazione non dispone di connessioni veloci). Questo avviene perchè, invece di privilegiare gli interessi del Paese, il governo difende quelli di pochi gruppi. Tutto questo mentre soluzioni poco costose, più semplici ed efficaci come il WiMax sono bloccate da tempo.

Il WiMax è un collegamento internet via radio ad alta velocità(fino a 50 Mb/s), consente l”accesso  anche a 50 chilometri di distanza e con costi di impianto molto bassi che dovrebbe risolvere il problema dell’ultimo miglio. Volgendo lo sguardo altrove  vediamo come nel resto del mondo questa nuova tecnologia stia prendendo piede. In Giappone per esempio c”è stato un nuovo investimento di 45 milioni di dollari da parte di Intel (Intel Capital).L”iniezione di liquidità permetterà all’operatore nazionale giapponese UQ Communication di estendere la copertura al 90% del territorio nazionale. In Italia, un solo operatore, Aria, ha ottenuto per 47 milioni di euro la licenza per coprire tutto il Paese. Tra le altre aziende che hanno partecipato alla gara d”appalto spicca A.F.T. Linkem che si è aggiudicata la licenza per gran parte delle regioni italiane. Saranno queste due società a gestire le frequenze del WiMax italiano. Negli accordi di licenza, il governo italiano ha previsto che gli operatori dovranno coprire prima le zone non raggiunte dalla banda larga. Aria, ha un piano di copertura delle grandi città per i prossimi anni: partirà, però, soltanto se gli enti locali parteciperanno economicamente alla realizzazione della rete. Il grosso vantaggio del WiMax è che non necessita di costosissimi scavi per il passaggio dei cavi in fibra ottica(dai 50 ai 70.000 €/Km).

In provincia di Milano hanno risolto il problema non con il WiMax ma facendo passare i cavi in fibra ottica attraverso la rete fognaria. Hanno modificato un cavo in acciaio, usato per le funivie, rivestendolo di uno speciale materiale plastico anticorrosivo. Questo cavo sarà in grado di ospitare fino a 430 fibre ottiche dalla capacità di un Terabit/s (un milione di volte più veloce di un Adsl). La Provincia di Milano ha investito 7.974.00 € ed ha già posato 1.800 Km di fibra (circa tre volte la distanza Milano-Roma). Grazie a questo investimento  incassa circa 14.000.000 di euro provenienti dalla stipula di contratti con i vari operatori Internet ed ha risparmiato, inoltre, il 58% delle sue spese di telefonia(le telefonate tra i vari uffici non le pagano più, grazie al collegamento diretto).

Da tutto questo è facile dedurre che per eliminare il Digital Divide, oltre ad investire in nuove tecnologie, bisogna dare la possibilità a chi ha delle valide idee di metterle in atto così da permettere al nostro paese di affacciarsi ad un futuro che ormai è sinonimo di comunicazione.

nuclear tree and mushroomdi Maurizio Trezza.

Mentre i grandi della Terra riuniti a L’Aquila discutono di innovazione energetica, di green economy e di come combattere l’incessante aumento dell’inquinamento, oggi 9 luglio 2009, il Parlamento Italiano approva il ddl sullo Sviluppo e sull’ Energia che contiene le norme per il riavvio del nucleare e detta i tempi per individuare i siti in cui ubicare gli impianti.

Le centrali nucleari in Italia erano state bandite dal 1990, dopo che il referendum del 1987, tenutosi ad un anno dal disastro di Chernobyl , aveva affermato la contrarietà degli Italiani alla presenza di centrali sul proprio territorio. I tre quesiti non chiedevano esplicitamente l’abolizione o la chiusura delle centrali ma la percentuale dei SI fu talmente alta (circa l’80%) che il Governo fu costretto a rivedere la propria strategia energetica arrivando alla chiusura delle tre centrali ancora in funzione in quel periodo, quella di Latina, quella di Trino (VC) e quella di Caorso (PC).

Dopo quasi venti anni, quindi, dalla chiusura dell’ultima centrale presente in Italia, il Governo decide che per il “bene del Paese” bisogna fare un passo indietro, contro la tendenza che vede gli altri Paesi smantellare le proprie centrali a favore delle energie rinnovabili, delle nuove tecnologie energetiche e delle forme di energia alternativa.

Così commenta da Caserta il viceministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso: “Oggi è un giorno storico, il Senato sta approvando il ddl sullo Sviluppo, del ministro Scajola che prevede, tra l’altro, lo sviluppo del nucleare civile. Finalmente abbiamo un’ agenda chiara, all’avanguardia. Era necessario semplificare le procedure, renderle chiare. Solo cosi’ si rende piu’ competitivo il sistema Paese”. (AGI)

Queste le dichiarazioni di Della Seta, capogruppo del PD nella Commissione ambiente, dopo l’approvazione del ddl: ”Il ministro Scajola ormai da mesi va ripetendo che i Comuni italiani fanno a gara per ospitare una centrale nucleare. Peccato che ogni volta che esce il nome di qualche Comune, territorio o Regione dove potrebbero sorgere nuovi impianti, lo stesso Scajola si affretti a rassicurare le opinioni pubbliche locali che li’ da loro non si fara’ il nucleare’. Cosi’ e’ successo in Sardegna, cosi’ in Puglia, cosi’ in Piemonte. Questo improbabile e un po’ ridicolo gioco delle 3 carte – conclude Della Seta – non fa che dimostrare una volta di piu’ che il nucleare di Berlusconi e Scajola tutto e’ tranne che una cosa seria”.(ANSA).

Le dichiarazioni della portavoce nazionale dei Verdi Grazia Francescato: ”Con il nucleare non solo non si affronta il problema della sicurezza energetica ma si rischia di far crescere esponenzialmente le bollette dei cittadini. Ogni impianto costera’ almeno 4 miliardi di euro che, di sicuro, ricadranno sulle spalle della collettivita’ . Per le stime delle organizzazioni internazionali, l’uranio, il cui costo e’ cresciuto dal 2000 ad oggi da 7 a 120 dollari, durera’ solo per pochi decenni e come tutti sanno non si trova di certo in Italia. Senza considerare gli enormi problemi ambientali per lo smaltimento delle scorie radioattive (ancora nessun paese ha trovato una soluzione) e il rischio di intaccare le riserve idriche: in Francia il 40% dell’acqua potabile viene impiegata per raffreddare le centrali atomiche. Scegliere oggi il nucleare – ha concluso la Francescato – vuol dire far regredire il nostro Paese tagliandolo fuori dall’innovazione tecnologica e dalla ricerca sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica che sono i settori su cui i paesi piu’ avanzati stanno investendo con forza e che saranno i veri settori energetici nell’economia mondiale”.(ANSA)

Valutando che il tempo medio per la costruzione di una centrale nucleare è stimato intorno a 10 anni, che la prima pietra, come ha dichiarato il Ministro Scajola, verrà posata all’incirca alla fine della legislatura e che i tempi in Italia si allungano inesorabilmente, possiamo sperare che, come è accaduto per altre opere, il percorso sia lento e incompiuto, paradossalmente.

Ringrazio Carlo per il “supporto tecnico”.

di Maurizio Trezza.

Questo blog nasce con l’idea di diffondere notizie, opinioni, idee e punti di vista diversi, di utenti interessati a più categorie di argomenti, che sembrano lontane tra loro ma che sono strettamente legate da un filo comune: l’informazione. Gli argomenti in questione possono essere così catalogati: società, tecnologia, comunicazione e marketing, ambiente, economia, altre verranno aggiunte in seguito.

share1may2008

SHARE è il termine inglese che si usa per indicare ciò che noi italiani chiamiamo comunemente “condivisione“. Non credo di allontanarmi troppo dalla realtà se scrivo che, con molte probabilità, questo è uno dei termini più usati, letti o sentiti negli ultimi anni dal popolo di Internet e non solo.

Nell’ambito della rivoluzione apportata dalla tecnologia Web 2.0 (o Nuovo Web) il fenomeno della condivisione tra utenti, sia essa di informazioni, di opinioni, di video, di notizie, di files musicali o quant’altro è cresciuto in modo esponenziale, grazie soprattutto all’avvento e alla sempre maggiore diffusione del fenomeno dei “social network“. Siti come MySpace, Facebook, Twitter, Msn, Badoo, Netlog, per citare i più famosi, contano ormai un incredibile numero di iscritti, i primi due raggiungono un totale di 330 milioni di utenti e il famoso sito per la condivisione di video YouTube (YouTube – Broadcast Yourself.) conta in media 20 milioni di visitatori al mese. Dato che la percentuale di persone che ha accesso ad Internet a livello mondiale è ancora bassa (si veda IP address location – Internet World Map 2007) e che i paesi appartenenti all’”emisfero sud” si stanno affacciando solo ora a questo tipo di mercato, è scontato pensare che queste cifre siano destinate a crescere nel giro di pochi anni.

E’ sotto gli occhi di tutti l’evoluzione che Internet sta creando nella società, nell’economia e nell’informazione. Basti pensare alla campagna elettorale e ai consensi raccolti tramite la rete dal Presidente Usa Barack Obama, e che in Italia ad esempio, nonostante il basso numero di utenti (solo il 22% afferma di usarlo tutti i giorni, fonte: rapporto annuale del Censis 2008), l’uso dell’e-commerce si sta diffondendo a macchia d’olio e i cittadini che dichiarano di avere una fonte di reddito primaria o secondaria derivante dalla propria attività di vendita su e-Bay sono 16500 (fonte: indagine commissionata da e-Bay a Research International).

E’ evidente che per condivisione non si può intendere puro e semplicistico intrattenimento. Un’ampia parte delle informazioni ha abbandonato le tradizionali strade della comunicazione e viaggia oramai sui fili della Rete, in modo molto più veloce, comodo e con la partecipazione di un numero sempre più rilevante di persone. Le vicende iraniane dei giorni scorsi ne danno conferma. Dopo l’inizio delle proteste di milioni di cittadini contro i presunti brogli alle elezioni che hanno riconfermato alla presidenza del paese il candidato del Partito dei Costruttori dell’Iran Islamico Mahmud Ahmadinejad, il governo autoritario ha imposto il blocco totale di tutti i mezzi di comunicazione che potessero in qualche modo mostrare al resto del mondo il vero volto del potere nella Repubblica Iraniana. Tra i mezzi in questione il più rilevante è Internet.

L’unico modo che i cittadini e i giornalisti iraniani hanno avuto, per diffondere le notizie e le immagini delle violenze perpetrate dalle forze di polizia sui manifestanti, è stato il sito Twitter (Twitter: What are you doing?) per il semplice fatto che l’accesso al portale può essere effettuato anche tramite sms. Ogni cittadino libero ha partecipato in questo modo alla diffusione e alla condivisione delle notizie diventando involontariamente reporter di se stesso. E’ solo grazie a questo sistema che i Tg di tutto il mondo ci hanno potuto mostrare quello che è successo.

E’ chiaro che lo scambio di informazioni tramite la rete sfugge al controllo dei diretti interessati e per questo il fenomeno viene visto con grande timore. Anche in Italia abbiamo assistito, fatte le dovute proporzioni, al tentativo di eliminare o quantomeno limitare la diffusione e la condivisione delle opinioni e delle notizie che non potevano essere controllate dai “poteri forti”. E’ l’unico caso in Europa.

Il primo tentativo risale all’ottobre 2007, con la presentazione del d.d.l. Levi-Prodi, sulla “disciplina del settore dell’editoria”. E’ la tanto discussa “legge ammazza blogger” con la quale, tra le altre cose, si obbligavano gli amministratori di blog all’iscrizione in un Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC) e si faceva ricadere su di loro ogni responsabilità riguardo ai contenuti del materiale presente sul blog (commenti compresi!!), in quanto si pretendeva dai blog masters un ruolo di filtro per tutti i contenuti presenti sul sito. La mancata iscrizione a tale registro avrebbe procurato una denuncia per “stampa clandestina”(!). Dopo le proteste dell’allora Ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro, del Ministro delle Telecomunicazioni Paolo Gentiloni, dell’allora Presidente della Commissione Cultura della Camera Pietro Folena e di numerosi blogger più o meno famosi, il testo del d.d.l. venne modificato escludendo dall’obbligo di iscrizione al ROC i siti internet che “non costituiscono una organizzazione imprenditoriale del lavoro”, bastava però che fosse presente un banner pubblicitario o un collegamento del tipo Google AdSense per far sì che il blog non rientrasse più in tale categoria.

Con la caduta del Governo Prodi, nel maggio 2008, il progetto è sfumato. Ma non finisce qui!

Il 6 novembre 2008 il d.d.l. viene ripresentato dall’onorevole Levi, ora parlamentare d’opposizione, ed inserito nel “pacchetto sicurezza” del governo Berlusconi. Dopo i tira e molla del decreto nei corridoi dell’iter legislativo italiano, la notte del 29 aprile 2009, l’art. 60, quello riguardante la regolamentazione dei blog, viene depennato dal decreto e la libertà di espressione dei blogger italiani rimane inviolata.

Scampato il pericolo quello che ci viene da pensare è che i Padri Costituenti nel discutere il testo della Costituzione Italiana, nata dopo l’imposizione del “pensiero unico”, le censure e i divieti del ventennio fascista, non avrebbero mai pensato, dopo 60 anni, ad un tentativo così grave di ledere il principio della libertà di espressione sancito nell’ art.21: ”Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure […] ”.

In conclusione bisogna riconoscere che, come ogni fenomeno di massa, anche quello della condivisione di informazioni a mezzo Internet lascia ampio spazio al cattivo uso che se ne può fare, sta poi alla discrezionalità di ognuno renderlo utile a se stesso e agli altri.

social-network

Ci sono molti motivi per voler pubblicare un articolo sul nostro blog sociale e qui di seguito potete trovarne alcuni:

Maggiore visibilità del tuo articolo.

Oggi crearsi un blog personale è reso molto semplice dai numerosi siti che permettono di farlo in modo gratuito. Un blog personale però ha molti limiti soprattutto per quanto riguarda la quantità  di contenuti che un singolo riuscirebbe a produrre. Un utente, infatti, è molto più attratto da un blog sul quale può leggere una grande quantità  di contenuti e spaziare tra gli argomenti più diversi. E’ facile comprendere che un vostro articolo pubblicato sul nostro sito avrà  un potenziale di lettori molto superiore a quello che potrebbe avere su  un blog personale. Ogni utente, inoltre, avrà  il diritto di aggiungere al suo articolo il link al proprio blog e le proprie informazioni personali quali: Nome e Cognome,Email,Pagina di Facebook ecc.

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Possibilità di confrontarsi sulle tematiche del blog e di condividere le proprie idee.

A differenza dei blog tradizionali, gli autori di yourblog.it sono più di uno e possono interagire tra di loro, in maniera sociale, attraverso gli strumenti forniti dal Blog. Ogni utente affronterà un argomento secondo il suo punto di vista così da avere una visione a 360 gradi della tematica trattata.

AppStore

Questa intervista è stata pensata come un possibile strumento per chiunque voglia intraprendere la strada della programmazione iPhone, avendo qualche dato “reale” invece dei soliti noti di successo. Abbiamo deciso quindi di porre qualche domanda a Granet, la società padre di FindIT

Ciao, volete presentarvi?

Ciao a tutti, Granet è una giovane società situata in provincia di Milano, formata da 5 figure professionali. Nel corso di questi ultimi anni il team ha sviluppato tecnologie e prodotti inerenti a diversi settori dell’informatica, sebbene la passione e la specializzazione dell’intero gruppo fosse sempre stata focalizzata sullo sviluppo nel campo della multimedialità, della realtà virtuale e della computer vision. Una volta comprese le potenzialità dell’iPhone e dell’App Store, Granet ha intrapreso la strada dello sviluppo delle applicazioni per queste piattaforme.

Cosa vi ha spinto ad iniziare a lavorare su iPhone?

Abbiamo fin da subito riscontrato che in Italia molte aziende danno spesso lavoro a società già note e consolidate mentre sono molto restie verso quelle nuove come la nostra, indipendentemente dalle nostre capacità e preparazione.

Tutto questo è in netto contrasto con la nostra filosofia: il nostro modo di valutare pone in maniera centrale la capacità e la qualità con la quale si affronta un lavoro.

Con l’App Store avevamo la possibilità di creare un prodotto e venderlo direttamente al consumatore, avendo anche a disposizione una distribuzione globale. Questo importante fattore, unito alla nostra passione per le nuove tecnologie e alla sfida verso il successo, ci ha dato la spinta per lavorare su iPhone

Quali sono state le vostre prime difficoltà?

Sin dall’inizio abbiamo sempre lavorato su architetture Windows, piuttosto che Unix, ci siamo quindi trovati per la prima volta ad approcciare ambienti di sviluppo per sistemi Machintosh. Sulle prime la cosa è stata tutt’altro che intuitiva! Inoltre quando abbiamo iniziato era presente uno strettissimo NDA con Apple, non era possibile scambiare alcun tipo informazioni riguardanti codici o metodi di sviluppo ed in generale qualsiasi cosa presente nell’SDK Apple.

Più che come difficoltà, questo step iniziale è stato per noi una sfida: ci siamo rimboccati le maniche e nel giro di un paio di settimane abbiamo sviluppato la nostra prima applicazione. Fu molto divertente svilupparla, eravamo così frustrati da alcuni comportamenti dell’SDK che decidemmo quindi di fare un’applicazione a tema riguardante le leggi di Murpy, iMurphy.

Questo periodo di sviluppo ci ha permesso di comprendere le reali potenzialità dell’ambiente di sviluppo.

Fra l’altro Apple ha reso l’NDA molto meno limitante, questo ci rende molto felici.

Cosa c’è di positivo nel programmare per iPhone?

  • La possibilità di avere un mercato di vendita globale

  • Le potenzialità dell’ambiente di sviluppo offerto dalla Apple sono veramente ottime. Ora è anche possibile trovare per la rete molte guide, video tutorial e diversi codici aperti.

  • La Apple paga ogni mese

… e cosa di negativo?

  • Contattare gli Apple Reviewer (coloro che controllano la tua applicazione) è molto difficoltoso, benchè si abbia a disposizione una contatto mail, spesso danno risposte molto approssimative se non alcune volte non rispondono neanche. Capita spesso che i revisori si sbaglino come è successo con la questione Cover Flow (Articolo presente su iSpazio). In quel caso ricevemmo anche delle scuse, certo è che il tempo è andato comunque perso.

  • Non basta creare un ottima applicazione, bisogna anche sponsorizzarla per dargli una visibilità in mezzo alle 25 000 e oltre applicazioni

Quali sono i vostri progetti più significativi?

Al momento abbiamo nell’App Store 5 applicazioni: FindIT, Octo’s Tales, Murphy’s Laws, FindIT Lite e FindIT Carnival Edition. Attualmente sono in fase di sviluppo miglioramenti per FindIT e tutte le versioni fin’ora prodotte. Nel frattempo è in cantiere l’edizione estiva di FindIT: FindIT Summer Ed. ed il seguito di Octo’s Tales, che sarà un grosso passo avanti ed introdurrà nuovi elementi al gameplay.

Oltre a creare nostre applicazioni, forniamo servizi di sviluppo anche per società sia estere che italiane. Molte di queste per questioni di visibilità hanno interesse nell’entrare all’interno dell’App Store, Granet rende questo possibile.

Siamo molto contenti di poter offrire anche questo tipo di servizi, i progetti sono molto interessanti.

Quali sono le tempistiche di sviluppo?

Dipende molto dal tipo di progetto, certo è che le tempistiche di sviluppo man mano che si lavora diminuiscono sempre di più: l’esperienza maturata permette di organizzare meglio il lavoro e quindi snellire le operazioni di sviluppo.

Per fare qualche esempio con la prima versione di FindIT sono state impiegate circa 500 ore di sviluppo, mentre ultimamente per un altro progetto equivalente abbiamo impiegato circa la metà del tempo.

Potete darci qualche dato?

Certo! Dopo i primi 3 mesi nell’App Store le nostre applicazioni gratuite sono state scaricate circa 74 000 volte. Per quanto riguarda FindIT le vendite si sono più o meno stabilizzata sulle 1000 copie al mese, anche se sono molto variabili. Il download delle applicazioni tendono a diminuire ogni mese di circa il 10/20% fintanto che non ci sono aggiornamenti importanti. Considerando ciò abbiamo realizzato una previsione di vendite trovando come possibile guadagno finale circa 10 000 euro.

Sfortunatamente non sempre è così, con Octo’s Tales abbiamo raggiunto cifre nettamente minori.

Cosa consigliereste a qualcuno che vuole seguire il vostro percorso?

Non è un percorso facile e non è un percorso per tutti: non si ha sicurezza di guadagno e bisogna impegnarsi molto sia nello sviluppo che nel realizzare delle buone idee.

La cosa che va capita subito è che lo sviluppo dell’applicazione è il minore dei problemi: entrare nell’App Store significa confrontarsi con la presenza di più di 25.000 applicazioni, è necessario quindi trovare un modo per differenziarsi ed è necessario curare il marketing più di ogni altra cosa.

Questo punto è molto importante dato che la produzione e la sponsorizzazione sono completamente in mano di chi sviluppa: può sembrare banale, eppure esistono applicazioni che contano un download ogni due, tre settimane ed il motivo va ricercato appunto in una mancata spinta del prodotto.

Se avete domande da fare o altre richieste da porci scriveteci pure a info@granet.it