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Stipendi folli, auto blu, biglietti gratis, poltrone assicurate, bonus faraonici. Dai politici ai manager, dai religiosi ai sindacalisti, tutti i benefici-scandalo. Che gli italiani vedono crescere sempre di più. Ancora di più. Le caste dei diritti acquisiti non si arrendono e continuano a fare incetta di nuovi privilegi. C’è chi si muove personalmente, con modi tra il piratesco e l’autoritario. E chi marcia compatto nei ranghi delle corporazioni, unica istituzione che sopravvive allo sfascio di partiti e pubblica moralità. Ma tutti puntano a un solo obiettivo: ritagliarsi quell’orticello di vantaggi protetti, svincolati da meriti e risultati. Un po’ per interesse, spinti dalla brama di guadagni sicuri; un po’ per la voglia di emergere ostentando status symbol come l’auto blu; un po’ per una mai sopita vocazione da hidalgo che fa sentire superiori ai comuni mortali e all’obbligo di pagare biglietti. Certo: il vizio è atavico. Ed è sopravvissuto a ogni rivoluzione egualitaria, a ogni processo di razionalizzazione, a ogni ondata di modernità e moralità: particolarismo, egoismo e protezionismo; la sacra trinità di una passione italica immortale. Che nessuna crisi e nessuna stretta riesce a sconfiggere.
Hit parade che oggi restano molto convenzionali:

  • Al primo posto tra i benefici che provocano irritazione ci sono gli stipendi dei politici: detestati dall’83 per cento degli italiani, con una quota che sale fino al 94 tra gli elettori del centrodestra e scende all’80 tra quelli dell’Unione;
  • Seguono le paghe dei manager pubblici, da sempre sospettati di inefficenza e lottizzazione, invisi al 73 per cento del campione;
  • i vantaggi diretti, la Bengodi delle auto di servizio, dei passaggi gratis in aereo e dei pranzi a auf di cui approfittano tante categorie tra il pubblico e il privato: il 72 per cento li vorrebbe cancellare;
  • i posti prioritari da nepotista dei figli dei boiardi-baroni che assieme alle università colonizzano anche il futuro del Paese;
  • l’ondata di baby pensionati nelle amministrazioni statali ha creato una massa di invidia e malcontento consolidati nel 58 per cento;
  • le ferie lunghe che vengono attribuite a insegnanti e magistrati, il segno di una scarsa considerazione nella produttività delle due categorie.
  • Quello che invece finisce nel conto di manager privati non sorprende più di tanto e non sembra scatenare sentimenti particolarmente negativi

Intanto però il bestiario si arricchisce di nuove figure:

  • di speculatori squattrinati che vivono da nababbi sulle spalle del risparmiatore. Ne studiano tante e così velocemente da spiazzare la popolazione. Perché le indennità record dei parlamentari, le lunghe vacanze di molti magistrati, i posti prioritari dei figli di boiardi sono vantaggi che tutti comprendono e tutti indignano. Mentre il top manager che con un investimento minimo sale al timone di una holding quotata a piazza Affari e si riempie le tasche di stock option riesce a sottrarsi all’ira delle masse. Come fa? Sfrutta l’ignoranza e la diffidenza per la Borsa: il sondaggio realizzato da ‘L’espresso’ dimostra che quattro italiani su dieci non sanno cosa siano le stock option e quindi non le vivono come un privilegio. Forse se si rendessero conto che con questo escamotage finanziario una pattuglia di capitani d’industria porta a casa milioni di euro extra, allora rivedrebbero le loro hit parade;
  • di procacciatori di prebende federaliste che proliferano nelle regioni.

Gli stipendi dei politici e le Camere a cinque stelle

Stipendi smisurati e una vita spesata, questo è il bello del rappresentare i cittadini. Forse troppo, tanto che, come dimostra il sondaggio Swg per ‘L’espresso’, gli italiani sarebbero felici di limare questo montepremi. Già, perché deputati e senatori incassano ogni mese più di 14 mila euro tra indennità, diaria e rimborsi vari. Allo stipendio di 5 mila e 500 euro bisogna aggiungere il rimborso di 4 mila euro per il soggiorno a Roma e altre 4 mila e 200 euro per ‘le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l’elettore’ ( Al Senato questa voce ‘le spese inerenti il rapporto tra il deputato e l’elettore’ è aumentata di circa 500 euro al mese cosi’ arriva a 4 mila e 700 euro).

Il capitolo trasporti, telefono e computer portatile del parlamentare

Il parlamentare si muove come l’aria nel territorio nazionale. Infila la porta del telepass in autostrada senza ricevere nessun estratto conto, al check-in prende posto in business senza mettere mano al portafoglio e all’imbarco del traghetto non fa fila né biglietto. E i taxi? Niente paura. È previsto un rimborso trimestrale pari a 3 mila e 323 euro  al netto ( 1.107,9 euro mensile) per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza. Mentre per i deputati che abitano a più di cento chilometri dall’aeroporto più vicino, il rimborso sale a 3.995,10 euro (  1.331,7 euro mensile).

  • L’angelo custode del bonus non abbandona il parlamentare nemmeno quando varca i confini nazionali per ‘ragioni di studio o connesse alla sua attività’: gli spettano fino a 3.100 euro all’anno (  258,33 euro mensile). Per avere un’idea del costo degli ‘onorevoli viaggi’ basti un dato: i soli deputati nel 2005 alla collettività sono costati per i soli viaggi 40 milioni.

Non paga nemmeno il telefono, fisso o mobile, fino a una bolletta massima  annua di 3.098 euro. (  258,22 euro mensile).

E ha diritto a un computer portatile e alla fine della legislatura (per tutelare la riservatezza dei dati) può tenerselo.
Il  trattamento pensionistico e la liquidazione del parlamentare

La liquidazione parlamentare, poi, non è meno regale, non quindi al compimento dei 65 anni, ma subito in unica soluzione, e’ l’equivalente del Tfr: 80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità moltiplicato per gli anni della legislatura, ossia minimo 35 mila euro (  46.812 euro al netto, e’ esattamente la somma che si ricava dalla regola per la quale al termine del mandato parlamentare, il deputato riceve l’Assegno di fine mandato, in unica soluzione, che e’ pari all’80 per cento  (9.362,4  euro ) dell’importo mensile lordo dell’indennità  (11.703,64  euro ) x per ogni anno di mandato effettivo (o frazione non inferiore ai sei mesi), cioe’ normalmente x 5 anni.
Di tutti i privilegi, però quello che costa di più è il dopo. Ossia il trattamento pensionistico. Deputati e senatori, anche se in carica per una sola legislatura, maturano il diritto a una pensione straordinaria. Si chiama vitalizio e dovrebbe maturare al compimento dell’età di 65 anni. In realtà, se ha fatto più legislature il deputato, come un lavoratore usurato, può andare in pensione a 60 anni (che scendono a 50 per quelli delle precedenti legislature). Il vitalizio varia da un minimo del 25 per cento (2.925 euro) dell’importo mensile dell’indennità (11.703,64  euro lordo ) per chi ha versato solo i canonici cinque anni di contributi della singola legislatura. Ma arriva fino a un massimo dell’80/85 per cento (9.362 euro lordo) dell’indennità per chi ha più legislature alle spalle. Comunque, per maturare il diritto alla pensione non è necessario restare in carica cinque anni. In passato bastavano pochi giorni. Ora ci vogliono due anni, sei mesi e un giorno. E gli eletti dal popolo contano doppio: possono sommare la pensione dovuta per la loro attività professionale a quella ottenuta per rappresentare i cittadini.

Ottimi Consiglieri

Lo stipendio di consigliere regionale è circa 7 mila euro netti al mese.
Evviva il federalismo, evviva le regioni: ogni capoluogo si sente capitale, ogni assemblea vuole imitare Montecitorio.
Ma che bel mestiere fare il consigliere: Lombardia, Lazio, Abruzzo, Emilia Romagna, Calabria gli elargiscono il 65 per cento ( 7.606,9 euro lordi al mese ) dell’Indennità mensile riconosciuta al deputato ( 11.703 euro lordi al mese ).

  • E più si sentono autonomi, più si premiano. I sardi, infatti portano a casa l’80 per cento  ( 9.362,4 euro lordi al mese ) dell’indennità nazionale. A  cui vanno aggiunte tutte le voci previste alla Camera: la diaria, i rimborsi, la segreteria. A conti fatti si superano i 10 mila euro. E non è finita qui. I consiglieri isolani hanno inventato anche i fondi per i gruppi: 2 mila e 500 euro per ogni consigliere più altri 5 mila al gruppo di almeno cinque persone. Inoltre, quando sono a Roma, hanno diritto a un auto blu con autista. In passato la Sardegna si distingueva anche per le sue generose buonuscite: 117 mila euro per consigliere. La chiamavano ‘indennità di reinserimento’, come si fa con i tossici usciti da San Patrignano. Ora è stata ridotta a 48 mila euro, speriamo che non ricadano nel vizio.
  • Quella del reinserimento è una moda diffusa. Il Molise ha appena varato un sostanzioso “premio di reinserimento nelle proprie attività di lavoro” a tutti i consiglieri trombati o non ricandidati: così l’onorevole Aldo Patricello dell’Udc, dimessosi per diventare europarlamentare, si prende più di 72.700 euro ed è primo della speciale classifica, al pari dei diessini Nicolino D’Ascanio (attuale presidente della Provincia di Campobasso) e Antonio D’Ambrosio e a Italo Di Sabato di Rifondazione.

Ai privilegi infatti ci si affeziona. L’ex governatore pugliese Raffaele Fitto di Forza Italia aveva ottenuto l’auto blu per alleviare i primi cinque anni senza carica. La delibera è stata cambiata dopo le contestazioni, ma la giunta di sinistra non si è dimenticata degli ex: le pensioni sono state ritoccate. Al rialzo. Perché in Puglia il benefit è ecumenico: anche alcune delle 19 Lancia Thesis noleggiate dalla Regione sono a disposizione dei 12 assessori uscenti.

Le strade del bonus sono infinite

Un’altra veste giuridica per coprire l’ennesima erogazione va sotto il nome di indennità di funzione per i vertici di giunte e commissioni su misura. Per questo ogni giorno ne nasce una nuova. La Campania deteneva il record nazionale: l’anno scorso le commissioni erano 18. Ognuno dei presidenti intasca 1.650 euro in più al mese, oltre allo stipendio di consigliere regionale (circa 7 mila euro netti al mese).

  • Poi ci sono le spese di rappresentanza (in media 400 euro mensili) e quelle per il personale distaccato (9.550 euro al mese per un massimo di sei dipendenti a organismo): totale, 180 mila euro. La settimana scorsa, dopo un’ondata di indignazione, la Regione  Campania ne ha abrogate sei. Ma dal 2000 al 2005 le indennità dei consiglieri sono passate da 18 milioni a 30 milioni di euro all’anno mentre i benefit sono saliti da 18 a 30 milioni. Nella regione dell’emergenza perenne quei fondi potevano trovare impiego migliore.

In piedi entra la Corte

Per i semplici componenti, 370 mila euro l’anno; oltre 444 mila per i presidenti. Questo il tetto massimo delle retribuzioni lorde di quasi tutte le Authority: telecomunicazioni, energia, antitrust e Consob. I compensi sono fissati per legge e sono identici agli stipendi di giudici e presidente della Corte costituzionale, a loro volta legati agli andamenti della retribuzione del primo presidente della Cassazione. Il calcolo dei compensi è semplice.

  • Il primo presidente della Cassazione può arrivare a guadagnare fino a 246 mila 800 euro lordi l’anno, come (unica eccezione tra le autorità di garanzia) il Garante della privacy, il cui stipendio nel 2006 sarà in totale di 216 mila euro.
  • I giudici della Corte costituzionale hanno diritto invece a uno stipendio superiore del 50 per cento all’appannaggio del primo presidente di Cassazione, cioè 370 mila euro.
  • Mentre il presidente della Consulta incassa la stessa cifra (370 mila) maggiorata del 20 per cento. Totale: 444 mila euro lordi l’anno.
  • Tutti i membri della Consulta hanno diritto all’auto blu e a una struttura di segreteria. Il presidente ha diritto anche ad utilizzare i voli di Stato. Gran parte dei membri della Consulta ne diventano prima o poi presidenti, poiché la scelta ricade ormai sempre sul giudice in carica da più tempo, magari per pochi mesi (negli ultimi sette anni sono stati dieci). I presidenti emeriti sono attualmente 16: ciascuno di loro ha diritto vita natural durante a un’auto blu con autista. Ma anche da defunti possono contare su un particolare onore: una delibera del Comune di Roma stabilisce che a tutti gli ex presidenti della Corte trapassati sia dedicata una strada nel quartiere Aurelio.
  • I magistrati italiani hanno stipendi in media con l’Europa. Il meccanismo più discusso, in ogni caso, è quello degli scatti automatici. In parte tutela la toga coraggiosa dagli ingranaggi più odiosi del potere e della politica, ma non sfugge a nessuno che consenta anche carriere garantite e spesso sganciate dal merito. E paradossalmente a guadagnare di più sono quelli sospettati dai colleghi di lavorare di meno, ovvero i magistrati amministrativi. Ci sono poi i doppi canali: il Csm poi può autorizzare incarichi remunerati come le docenze. E un malcostume più volte denunciato riguarda il numero crescente di magistrati che lasciano sguarniti uffici di periferia delicati per assieparsi al ministero con ricche diarie. La vera variabile poi è il prestigio. In Italia, il magistrato, specie se maneggia inchieste penali, è un vero vip; all’estero non lo conosce nessuno. Tutto qui? Alla fine, il privilegio forse più vistoso è quello delle ferie: due mesi e mezzo ogni estate. I pm che hanno in mano le inchieste più scottanti lavorano lo stesso, con pc e cellulare sempre acceso. Ma se un avvocato prova a cercare un magistrato della fallimentare a metà giugno, è facile che lo trovi intorno alla fine di settembre. La legge è uguale per tutti, i privilegi invece no.

Servizi extra

Il 16 dicembre, quando lasceranno i vertici dell’intelligence, avranno già distrutto molti segreti. Qualche carta, invece, la porteranno con sé a futura memoria. Niente di strano: funziona così in tutto il mondo. Emilio Del Mese, Nicolò Pollari e Mario Mori stanno facendo le valigie e si preparano al passaggio di consegne con i loro successori. Ma i conteggi della loro pensione, con relativa buonuscita, sono già pronti. Così, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’, ai tre illustri pensionandi il governo avrebbe riconosciuto una liquidazione che sfiora quota un milione e 800 mila euro. Una somma che forse farà alzare qualche sopracciglio, ma che sarà certamente stata costruita nel pieno rispetto di leggi e contratti e che, in ogni caso, riguarda tre persone che hanno servito lo Stato ad alto livello per oltre 40 anni. Più anomala l’entità della pensione: ogni mese 31 mila euro lordi. A questo importo-monstre si è arrivati cumulando lo stipendio con l’indennità di funzione, che nei servizi chiamano ‘indennità di silenzio’. Chi presta servizio al Sisde o al Sismi, infatti, di solito guadagna il doppio rispetto al parigrado che è rimasto in divisa. E l’avanzamento nei servizi è molto discrezionale e rapido. Quando la barba finta va in pensione, però, non si porta dietro quella ricca indennità: il privilegio dei privilegi riconosciuto solo ai capi. Per il resto, chi fa il militare o il poliziotto, di privilegi veri ne ha pochi. Gli stipendi sono bassi e spesso poco rispettosi dell’alto grado di rischio o di stress. Con il tesserino si può viaggiare gratis sui mezzi pubblici e, spesso, godersi gratis la partita di calcio. Ma definirli privilegi sarebbe un po’ ardito.

La via Nazionale

Non ci sono più gli affitti agevolati negli immobili di proprietà della banca. Né il caro-legna, un sussidio alle spese per il riscaldamento, o la speciale indennità per gli autisti della sede di Venezia, che guidano il motoscafo invece dell’auto blu. Così come sono un ricordo del passato gli straordinari benefici pensionistici di quando si poteva andare a casa con 20 anni di servizio e un assegno che restava ancorato alle retribuzioni. Anche nell’era di Mario Draghi la Banca d’Italia continua però a dispensare un trattamento ultra-privilegiato ai suoi dipendenti. Basta pensare che gli stipendi dei magnifici quattro del Direttorio di palazzo Koch (il governatore, il direttore generale e i due vice) sono segreti. Scavando un po’ si può scoprire che oggi i funzionari generali hanno un lordo annuo di 110 mila euro. Gli oltre 200 direttori di filiale stanno a quota 64 mila; i funzionari di prima a 49 mila e 200. Ma allo stipendio-base si aggiunge una giungla di altre voci che arrotonda la cifra finale. Siccome lavorare stanca, c’è per esempio uno stravagante premio di presenza: chi va in ufficio per almeno 241 giorni in un anno si porta a casa una sorta di quattordicesima: il premio Stachanov. A dicembre c’è la cosiddetta gratifica di bilancio: vale circa 35 mila euro per i funzionari generali; 18 mila per i direttori e oltre 6 mila per i funzionari. Siccome poi la banca ha un suo decoro, i più alti in grado incassano anche un’indennità di rappresentanza, una specie di buono-sarto, che è semestrale, forse per rispettare il cambio di stagione: poco meno di 8.500 euro per i funzionari generali; 4 mila per i direttori; 1.200 per i funzionari.

Onorati baroni

In teoria i professori universitari non dovrebbero godere di chissà quali privilegi, ma in realtà la loro posizione è unica. Perché da noi i controlli di produttività non esistono e una volta conquistata la cattedra i prof restano incollati ritardando pure la pensione. Per arrivare sulla poltrona, poi, fanno di tutto; ma nell’immaginario collettivo e negli atti di parecchie indagini penali domina la catena del nipotismo. Si ereditano posti da ordinario o li si scambia, creando intrecci o addirittura facendo nascere nuove facoltà per gemmazione. La summa del ‘tengo famiglia’ viene registrata a Bari dove nell’ateneo prosperano tre clan principali: uno vanta ben otto parenti-docenti, gli altri due si attestano a sei. Insomma, l’ateneo è cosa nostra. Il discorso non cambia quando in cattedra sale il medico, che di sicuro dovrà rispondere della sua produttività clinica, ma che rappresenta anche la vetta di una categoria molto corteggiata. Soprattutto dalle case farmaceutiche, prodighe di viaggi per convegni e presentazioni di mirabolanti macchinari: prodotti che poi vengono pagati dalle Asl. Una casta sono sempre stati considerati anche i giornalisti, soprattutto quelli stipendiati per far poco o imbucati in qualche meandro della tv di Stato. Il tesserino rosso, in realtà, si è molto scolorito. Gli sconti delle Fs non sono più automatici, ma richiedono l’acquisto di card annuali (60 euro per avere il 10 per cento in meno sui treni), Alitalia e Airone invece tagliano del 25 per cento i biglietti a prezzo intero. L’unico vero privilegio è l’ingresso gratuito nei musei statali e in numerose gallerie comunali. È chiaro che le eccezioni non mancano. Alcune sono frutto di operazioni di public relation: viaggi, show, vetture in prova, riduzioni su acquisto di auto, sconti su alcuni noleggi. Altre sono concessioni ad personam, come i cadeaux natalizi.

Carriere insindacabili

Sono decine di migliaia alla Cisl. Altrettanti alla Cgil. Un po’ meno alla Uil. Nel complesso, si parla di ben 200 mila persone a fronte di oltre 10 milioni di iscritti: un folto esercito comunque di distaccati, delegati, quadri e dirigenti che mantengono saldi nelle proprie mani privilegi e facilitazioni che riguardano soprattutto la possibilità di contrattare direttamente condizioni preferenziali con le controparti; di sedere nei consigli di amministrazione di enti e banche e assicurazioni; di gestire le attività legali, assistenziali e fiscali tramite patronati e sportelli di servizio; di curare un patrimonio immobiliare di non poco conto. Privilegi e facilitazioni che, in particolare, partono dalla fine della carriera. E soprattutto dalla garanzia di arrivare all’età pensionabile con un buon livello economico. In tempi di incertezze previdenziali, infatti, i sindacalisti si trovano in una botte di ferro. Prima la legge Mosca del ‘74 e poi un provvedimento approvato dall’Ulivo nel ‘96 (e promosso dall’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, uomo di area Cisl) prevedono una contribuzione che vale doppia e la possibilità di beneficiare di un ulteriore versamento da parte del sindacato. Inoltre, nello statuto dei lavoratori è previsto che ai dipendenti in aspettativa per lo svolgimento di incarichi sindacali vengano riconosciuti e versati contributi figurativi a carico dell’Inps, che sono calcolati sulla base dello stipendio che non viene più versato dall’azienda o dell’ente di provenienza. Stessa situazione viene riconosciuta ai sindacalisti che usufruiscono del regime di distacco per attività sindacale e che percepiscono lo stipendio di un’azienda privata o di un ente pubblico anche se lavorano a tempo pieno solo per il sindacato. Secondo alcuni dati, sono diverse migliaia di persone a godere di questo regime speciale di doppia contribuzione. Tra distacchi, diarie e rimborsi, un sindacalista di medio profilo porta a casa circa 2.500 euro al mese, ma per i dirigenti la retribuzione supera i 5 mila.
Vizi privati

I bilanci aziendali grondano utili e il titolo vola in Borsa? Complimenti ai manager: si meritano un bell’aumento di stipendio. Profitti in calo e quotazioni in ribasso? La musica non cambia: i compensi di amministratori delegati e direttori generali crescono comunque. In Italia, quasi sempre, funziona così. Le retribuzioni dei massimi dirigenti delle società quotate in Borsa si muovono a senso unico: verso l’alto. Stock option, bonus o incentivi vari corrono a gran velocità se l’azienda fa faville. In caso contrario aumentano più lentamente, ma aumentano comunque. Prendiamo l’esempio di Mediaset. L’anno scorso il titolo ha perso lo 0,3 per cento e gli utili sono aumentati del 9 per cento. Difficile definirla una performance brillante. Eppure il presidente Fedele Confalonieri ha visto raddoppiare il suo compenso a 4,7 milioni grazie anche a un bonus di 2 milioni. Telecom Italia, che ha chiuso l’ultimo esercizio con utili di gruppo in aumento del 77 per cento, ha invece deluso in Borsa con un calo del 17,6 per cento tra gennaio e dicembre del 2005. Insomma, per i soci c’è poco da festeggiare, ma i compensi del presidente (dimissionario dal 15 settembre scorso) Marco Tronchetti Provera sono comunque aumentati del 66 per cento: da 3,1 a 5,2 milioni.

  • Se non bastassero premi e incentivi vari, i manager italiani sono riusciti a cavalcare alla grande anche il gran rialzo di Borsa che dura ormai da quasi tre anni. Come? Grazie alle stock option, cioè le azioni a prezzi di favore assegnate ai manager come forma di retribuzione. Con la riforma fiscale varata dal governo in piena estate questo strumento è diventato molto meno conveniente per i dirigenti, obbligati a inserire nella dichiarazione dei redditi i guadagni derivanti dall’esercizio delle opzioni. Nel frattempo, però, qualcuno era già passato alla cassa. Ai primi posti nella speciale classifica dei super compensi da stock option troviamo così un paio di banchieri protagonisti di grandi operazioni societarie varate in questi mesi. Corrado Passera di Banca Intesa, prossima sposa di Sanpaolo Imi, ha guadagnato 9,9 milioni e poi li ha reinvestiti in titoli del suo istituto. Scelta quanto mai azzeccata, visto che dall’inizio del 2006 le quotazioni di Banca Intesa sono cresciute del 25 per cento. Anche Giampiero Auletta Armenise numero uno di Bpu (Banche Popolari Unite) si prepara alla prossima fusione con Banca Lombarda forte di un guadagno extra di 7,5 milioni realizzato nel 2005 grazie alle sue stock option.
  • Il gran rialzo del listino azionario ha finito per creare anche un altro gruppo di privilegiati. Banchieri, avvocati, consulenti d’immagine e pubblicitari: sono loro i veri vincitori della grande lotteria delle matricole di Borsa. Una febbre da quotazione che ha portato sul listino una ventina di nuove società negli ultimi mesi, coinvolgendo migliaia e migliaia di risparmiatori. Solo che gli investitori si sono presi il rischio di bidoni e ribassi. I banchieri invece guadagnano comunque. Come è puntualmente successo anche per lo sbarco in Borsa della Saras, l’azienda petrolifera della famiglia Moratti. L’operazione ha fruttato circa 2 miliardi alla famiglia di industriali milanesi. Ai risparmiatori è andata molto peggio, visto che in meno di sei mesi dalla quotazione il titolo ha perso quasi il 30 per cento. Un disastro, ma i banchieri del consorzio di collocamento guidato dalla banca d’affari americana Jp Morgan, affiancata da Caboto (Banca Intesa), hanno comunque incassato la loro provvigione: quasi 40 milioni di euro. A cui vanno aggiunti altri 12 milioni da dividere tra consulenti legali, d’immagine e altri ancora. Mica male per un flop.

Partecipazioni interessate

Un vero e proprio Carnevale di privilegi è stato per anni il contratto di lavoro dei dipendenti dell’Alitalia. In un’azienda dove la definizione di giorno di riposo sembrava scritta da Totò & Peppino (“Deve avere una durata di almeno 34 ore”) e dove i dirigenti riuscivano a farsi infilare nella mazzetta dei giornali i fumetti di Topolino per (si spera) i pupi di casa, alla fine i soldi sono davvero finiti. I piloti hanno così perso via via dei benefit, come il buono-sarto per farsi confezionare la divisa su misura, il diritto all’autista da casa all’aeroporto, o la cosiddetta indennità Bin Laden, istituita dopo l’11 settembre 2001 sulle tratte mediorientali. Sono rimasti, però, i ricchi sconti al personale sui voli: i dipendenti (e i pensionati) hanno diritto ad acquistare (anche per figli e coniugi o conviventi) i biglietti con una riduzione del 90 per cento sulla tariffa piena se rinunciano al diritto di prenotazione. Altro capolavoro di sindacalismo all’italiana è il contratto dei ferrovieri. Quando un macchinista guida un treno da solo come in tutto il resto del mondo, invece che in coppia secondo la procedura made in Fs, ha diritto a incamerare anche la paga del compagno assente. Tutti i dipendenti dispongono inoltre di una carta di libera circolazione, che consente di viaggiare gratis (con coniugi e figli) su treni regionali, interregionali e Intercity.wallstreetrack.wordpress.com

TITOLO- LE MIE ESTERNAZIONI

INDIRIZZO – www.robertodiiorio.blogspot.com

Onorevoli animali politici e compagnia, dove ogni deficiente impera (da cui l’acrostico dodi&c, indicativo della famosa scuola dei reggicoda di regime, mistici della religion of darkness e adoratori di principi pseudofondamentali di una Costituzione, impostami come bibbia dell’oscurità, da accettare senza fiatare)!strano-mortadella

Democrazia e uguaglianza sono, nella nostra Costituzione, principi pseudofondamentali!

Riflettete un momento, se siete capaci, ma ne dubito. Lasciate perciò che insulti il vostro pensiero debole, e la vostra cecità volontaria, perché ogni mio insulto è comunque e sempre una provocazione al miracolo della vostra veggenza che è ancora da venire!

I sopracitati principi fondamentali della Costituzione sono una vera bufala. E lo dimostrerò nei relativi articoli, o bestie infami!

“Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

La Repubblica è democratica? Sicuro, ma al tempo della Costituente non tutti avevano in testa la stessa cosa al riguardo. Che significa democrazia?

La democrazia rappresentativa è una democrazia, ma la democrazia popolare è un concreto sistema politico, opposto all’espressione che lo definisce! Riuscite a capire nel vostro pensiero debole, anzi bacato, che il principio democratico fu accolto per il semplice motivo che l’assemblea costituente fu eletta a suffragio universale? Infatti come avrebbe potuto verificarsi che un’assemblea, eletta in tal modo, avesse potuto istituire un’autocrazia? Solo una dodi&c cioè una compagnia di deficienti avrebbe potuto tanto!

Contro le adulterazioni della vostra odierna orwelliana neolingua, il concetto di democrazia ha (avrebbe dovuto avere o no?) il significato universale e univoco di metodo pacifico per deporre liberamente i governanti sgraditi. E solo questo può voler dire che nella “mia” democrazia, che è fondata sulla “tua” democrazia, e viceversa, in quanto sostanziate da universalità e non da debolezza di pensiero, è il popolo che sceglie le autorità supreme. Il popolo che significa? Significa TUTTO il popolo, in modo eguale. Infatti non può esservi democrazia senza uguaglianza individuale. Dunque la democrazia è (avrebbe dovuto essere o no?) sovranità di uomini uguali. E perché? Perché essa è simile ai battiti del cuore di un organismo: i battiti devono andare a tempo. Se vanno fuori tempo si produce una sincope, e l’organismo muore. Ma questa esigenza ritmica riguarda esclusivamente il diritto da uomo a uomo! Non altro. Infatti la “egalité”, per andare d’accordo con le sue consorelle rivoluzionarie “liberté” e “fraternité” deve scorrere nell’alveo del proprio torrente che è il diritto, non nell’alveo della “liberté”, che è la cultura, né in quello della “fraternité”, che è l’economia. Perché se, per es., io voglio lavorare più di te, sono fatti miei, e nessuno deve impedirmelo in nome della “egalité”. Oppure, altro es., se i risultati dei miei studi mi portano a dire che la Costituzione italiana è una cagata pazzesca, nessuno deve avere il diritto di impedirmelo, se non attraverso la confutazione degli stessi. Ma nel pensiero debole delle università deficienti di universalità, chi confuta chi?

Storicamente l’uguaglianza viene prima della democrazia. Detto in soldoni: io sento che se tu ed io vogliamo attenerci a regole, le regole a cui dobbiamo attenerci devono essere approvate da entrambi. “La civilizzazione portò ad acquisire prima la nozione e il sentimento d’uguaglianza, poi d’eguale potere nell’elezione del governo, cioè della democrazia” (Pietro di Muccio “Orazione per la Repubblica”, Ed. Liberilibri, Macerata 1990).

“[…] La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”? Ma che senso ha proclamarlo? Non ve lo siete mai chiesto nella vostra testa bacata?

Il primo dei principi fondamentali della Costituzione non avrebbe potuto benissimo essere “La Repubblica è una democrazia”, con molto risparmio di parole? O meglio, avrebbe potuto anche omettersi del tutto, perché del tutto inutile, dato che la definizione del governo di un organismo sociale si ricava dal complesso stesso della Costituzione. Ma evidentemente ciò non bastava. Perché non bastava? Chiedetevelo, o caproni, prima di passare all’articolo 2.

“Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”

La vedete nell’art. 2 la malefica cazzata? Senz’altro non la vedete perché non siete abituati alla ragione, e siete abituati al compromesso eteroimposto. Ma per quanto si possa virtuosamente chiamare “compromesso istituzionale”, questo vizio originario dei principi fondamentali è né più né meno di uno squallido compromesso imposto. E mai la parola “compromesso” ebbe significato tanto squallido. Stiamo infatti parlando di principi fondamentali della Costituzione o stiamo parlando di prestazioni di escort e trans?

L’articolo 2 fa mi fa cagare! Cioè mi infastidisce. Non solo perché sento questa norma come declamatoria ed enfatica, ma perché io pretendo un punto fermo dopo la parola uomo, così: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Punto e basta. Cos’altro c’è da dire se non l’elenco di tali diritti? Perché che l’uomo non viva solo, che sia “animale politico”, cioè civile, è fatto ormai ovvio, così come è pure ovvio che egli intrattenga relazioni con il mondo esterno, con individui e cose… Qui la Costituzione sembra scritta più per esseri non terrestri ma appartenenti a un altro pianeta. Magari a un pianeta di bestie in cui l'”animale politico” sia, appunto, più animale che politico.

La vedete o no nel vostro cervellino affumicato la pericolosissima trappola di “principi fondamentali” come questo? In quell'”adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” si annidano precise insidie. Io lo percepisco bene. Sono matto? Sono matto come Leonardo Facco, Giorgio Fidenato, Carbone, Hoppe, Rothbard, Mises, ecc., potrei continuare a lungo… Siamo tutti matti? Insomma può davvero la solidarietà essere “politica, economica e sociale”? Cos’è questa? La prescrizione di una costituzione? Il bene non può essere imposto dalla legge!

Il compito della legge, e dunque della costituzione in quanto legge suprema, non è imporre o auspicare il bene, bensì impedire il male.
Riflettete, idioti.
Non è facile né semplice impedire il male che gli idioti causano agli umani. Però questo è l’arduo e complesso ufficio che dovrebbe avere una sana Costituzione. Questo, non altro. La Costituzione non deve promuovere direttamente il bene. La Costituzione deve invece preservare condizioni nelle quali il bene LIBERAMENTE possa essere compiuto dagli umani; comunque, condizioni in cui il male sia prevenuto quanto possibile, o represso e punito quanto merita.

Del resto perfino voi, portatori di pensiero debole, culattacchioni e/o debosciati, sapete, come io so, che non ha nessun valore morale operare il bene sotto la sferza di una costrizione irresistibile. Il bene vero, per essere tale, esige dall’individuo volontà, azioni, facoltà di scelta ed assenza di restrizioni che le coartino o impediscano. Il bene implica la valutazione di possibilità cattive, e presuppone il rifiuto del male.

In un organismo sociale libero, l’imposizione legale di un’azione virtuosa potrà forse anche esservi, ma solo come eccezione, che confermi la regola opposta, perché un organismo sociale sano si può reggere solo su divieti, non su comandi.

Nessuno mi può comandare, o bestie! Le bestie possono essere comandate o addomesticate. Non io. Io non sono un ruminante.

Nel suo libro “Orazione per la Repubblica” (op. cit.), Pietro di Muccio mostra il carattere determinante e decisivo che dovrebbero avere delle vere costituzioni. Ma lo fa in modo troppo gentile. Io sento che è finito il tempo di essere gentile con delle teste bacate come voi, dato che non siete colpevoli in quanto deficienti ma in quanto volete permanere nella vostra deficienza per non voler evitare l’errore del passato, quello di proclamare fondamentale ciò che, alla meglio, è solo retoricamente accessorio.

Ma procediamo.

“Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”

Questo articolo è stato considerato, nella politica e nella giurisprudenza, uno dei pilastri del nostro ordinamento poiché sanzionerebbe il principio di eguaglianza.

Ma lo fa solo nel primo comma, e per il resto è posto in forma barocca, vale a dire senza forma certa e ben determinata! È uno sformato alla supercazzola! Viene cioè scritto che tutti hanno pari dignità sociale e che sono tutti uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Ma serviva questo elenco, questa scolastica spiegazione assolutamente inopportuna in una costituzione? Non avrebbe forse potuto formularsi l’articolo 3 in modo lapidario? Da almeno 2500 anni l’Occidente ha acquisito (e ripetutamente perso, purtroppo!) il valore supremo dell’isonomia.

Oggi però, se parli di isonomia ti ridono in faccia. Cos’è un nuovo tipo di fellatio per magistrati? Eppure l’Italia conosce l’isonomia come immancabile iscrizione nelle aule giudiziarie: “La legge è uguale per tutti”. L’isonomia esprime perfettamente il concetto della prima parte dell’articolo 3. Ma poi che succede? La seconda parte dell’articolo 3 stabilisce invece il suo esatto contrario, dato che questa seconda parte dice “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E ciò è una palese contraddizione della prima: una vera e propria antinomia. Altro che isonomia! Rifletteteci o uomini lupo! Ahahaha aha aha ah! Ma non arrampicatevi sugli specchi!

Generalmente questa seconda parte viene considerata il logico complemento della prima, o la conseguenza implicita del principio di uguaglianza, o la finitura di una disposizione altrimenti imperfetta. Invece è una idiozia, antitetica alla prima per una considerazione, tanto facile quanto inconsueta tra giuristi e politici. Perché inconsueta, se facile? Chiedetevelo bestie!

A tal proposito Pietro di Muccio dice nel suo libro che si rifiuta di credere “che difettasse l’intelligenza in chi avrebbe potuto accorgersene” e che il contrasto sia stato invece “volutamente celato per motivi che devono essere condannati senza appello. Questa disposizione attribuisce infatti alle autorità centrali e locali la potestà di violare l’uguaglianza dei cittadini per procacciarsi il favore, specialmente elettorale, di gruppi particolari. È una potestà spaventosa per la società che la subisce, ma inebriante per l’autorità governante che la esercita. Serve a compiacere e pavoneggiarsi, ma a danno dell’etica e del diritto”.

E prosegue “Chi può negare che, se la legge è davvero uguale per tutti, cercare di sistemare le condizioni materiali degli individui, in modo da porli nella identica posizione di fatto, significa appunto discriminarli? E che la persona umana si sviluppa davvero ed è effettivamente partecipe della comunità soltanto se la legge è uguale per tutti; mentre, quando le autorità si propongono di livellare le condizioni economiche, sono costrette ad infrangere l’uguaglianza legale, perché debbono trattare in modo diverso persone diverse per collocarle alla pari? In ciò sta appunto la stridente violazione dell’isonomia”. Ed ancora: “Questo articolo 3, sotto la veste del migliore proposito, cela il germe distruttivo della società libera, che non può reggersi dove il governo pretenda di assegnare ai cittadini un posto prefissato e determinare le loro condizioni economiche e sociali tendenzialmente secondo uno standard eguale o prestabilito. L’effettiva partecipazione alla vita della nazione nei suoi vari aspetti si riscontra storicamente soltanto dove la costituzione lascia sprigionare le sinergie della libertà. Non la politica egualitaria, bensì gli sforzi per eccellere e la concorrenza economica determinano la partecipazione civica. Pure tralasciando l’aspetto etico, notiamo che l’isonomia stimola l’intraprendenza e l’ingegnosità, mentre l’uguaglianza materiale le ostacola. L’imposizione dell’egualitarismo intralcia la sperimentazione del nuovo, l’imitazione dell’utile, la selezione del meglio: tre processi fondamentali della civilizzazione. Dove questi mancano o stentano, la partecipazione, quantunque sbandierata, è solo una parola” (ibid.).

L’isonomia è allora (dovrebbe essere, o no?) il vero principio fondamentale dello Stato di diritto stesso, in grado di mettere a disposizione di tutti, tutti gli strumenti possibili per influire in modo deciso sugli affari pubblici e forgiare indirettamente anche la propria vita privata.
Considerando poi il lato etico della questione, l’immoralità dell’egualitarismo risulta evidente agli uomini giusti o a coloro il cui senso morale è fondato sulla stima differenziata dei comportamenti individuali, come insegnavano le antiche regole del diritto: “honeste vivere, neminem laedere, suum cuique tribuere” (“vivere onestamente, non recare danno ad altri, attribuire a ciascuno il suo”). Se infatti il metro di giudizio dev’essere uguale, non si possono trattare tutti allo stesso modo: se io guadagno di più perché lavoro di più, mi penalizzi di più? In tal caso il criterio della retta condotta non avrebbe senso. Invece tale criterio è determinante nello sviluppo umano. Dunque l’articolo 3, osannato come un cardine della nostra Repubblica, “può equipararsi invece ad un grimaldello per scardinarla. È prova lampante dell’origine compromissoria della nostra Costituzione, una tara che ne snatura troppe clausole” (ibid.)!!!

“Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Con l’articolo 4 si entra nel vero e proprio trappolone dello statuto totalitario, ben incastonabile nelle “costituzioni” degli Stati nazisti e collettivisti.

Leggi attentamente i due commi. Il primo afferma: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto”. Il secondo stabilisce: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”.

Scandalizzati fin che vuoi o pecorone dal pensiero debole, ma la verità che odi è proprio il fatto che uno Stato non può riconoscere il diritto al lavoro, perché se tutti possedessero naturalmente un diritto al lavoro, la Repubblica avrebbe l’obbligo legale di garantire tale diritto, assegnando a ciascuno un impiego. Così però si instaurerebbe tra cittadini e Repubblica un rapporto giuridico semplicemente mostruoso. Infatti è aberrante già solo immaginare che uno Stato sia obbligato a dare a tutti un lavoro. Una condizione politica di tal genere è esattamente qualificabile come totalitaria, dato che la vita di ognuno verrebbe determinata dallo Stato, concepito come il dispensatore del sostentamento materiale di tutti!

Il famigerato articolo 4 afferma poi che la Repubblica promuove le condizioni che rendono effettivo il diritto al lavoro. Ma questo dispositivo, questo promuovere, può essere tanto buono quanto cattivo, ed è proprio questa ambivalenza ad accentuarne la pericolosità. Infatti, promuovere le condizioni che rendano effettivo il lavoro può significare lo stesso dell’articolo 3, che assegna alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono il pieno sviluppo della persona umana, con tutte le conseguenze dannose e le implicazioni maligne sopra citate. Ma si può anche interpretare il dispositivo accennato – che non è stringente ed apodittico come il secondo comma dell’articolo 3 – nel senso opposto, e cioè che la Repubblica preservi le possibilità dell’evoluzione spontanea e dello sviluppo libero della società! E con ciò si entra qui nel regno dell’imbecillità più stolida, cioè nella dodi&c più profonda, cioè nella vera e propria Costituzione del bestialismo materialistico pratico!

Infatti “in quale Costituzione ideale inseriremmo il dovere incombente ad ogni cittadino di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società? È troppo facile osservare che su questa disposizione potremmo intentare a Socrate un processo per vagabondaggio. Sappiamo fin troppo bene quanto faccia comodo anche oggi in certe dittature l’accusa di parassitismo per sbarazzarsi di individui politicamente sgraditi. Né possiamo dimenticare che qualche codice penale, non propriamente liberale, punisce l’accidia” (ibid.).

La verità è che nessuno è in grado di giudicare quali funzioni o prodotti siano utili all’organismo sociale, finché la gente non li abbia sperimentati ed accettati.

Quindi nessuno, nella mia Costituzione (cioè in una concreta Costituzione poggiante su universalità del pensare, e non su pensiero debole), può arrogarsi il diritto di stabilire – perché ne mancano a chiunque le capacità – se bighellonare in piazza, dialogare con amici, imbrattare tele, martellare marmi, piegare ferri, scrivere musica e parole, coltivare hobby, scialacquare proprie sostanze, inventare oggetti, scoprire novità, siano attività socialmente utili o inutili:

“Una saggia Repubblica non carica questi doveri sulle spalle degli uomini, perché sono doveri che possono esistere solo dove la libertà è così flebile fiammella che il soffio di un burocrate può spegnere a discrezione” (ibid).

“Art. 5. La repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

L’articolo 5 stabilisce un buon programma politico per il governo di un organismo sociale sufficientemente libera. Ma i programmi governativi stanno meglio fuori delle costituzioni, e la storia insegna che comunque nessuno di essi si sia attuato fino in fondo. Figuriamoci i programmi interni alle costituzioni! È come immaginare nell’organismo umano un programma di inspirazione e di espirazione dell’aria in luogo del naturale sistema respiratorio. Forse che si respirerebbe meglio?

“Art. 6. La Repubblica tutela con apposite norme delle minoranze linguistiche”.

Con l’art. 6, si afferma la tutela delle minoranze linguistiche. Possiamo comprenderne più la ragione che la presenza nella costituzione. Perché già nell’art. 2 la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. Ed è ovvio che il diritto alla propria lingua e cultura sia un diritto primordiale, che precede molti altri, dato che è un diritto all’integrità fisico-spirituale, ed il linguaggio è parte essenziale della persona: se si vietasse l’idioma in cui una minoranza desidera esprimersi, si conculcherebbe un modo di manifestare la personalità, quindi la libertà individuale; strappare la lingua a qualcuno è dunque un orribile delitto, sia in senso metaforico che in senso reale. Dunque, anche questa norma è pleonastica, se l’articolo 2 ha un senso, a che serve l’art. 6?

Vengono poi gli articoli 7 e 8, che sembrano molto italiani. Non li trascrivo in quanto li sento come bastardi, spuri, che non c’entrano con la Costituzione. Infatti traggono origine dalla storia e dalla geografia dell’Italia, completamente uniche al riguardo. La chiesa cattolica è istituzione romana, tradizione nazionale, religione universale. Anteriore alla Repubblica, la forza di questo imponente retaggio ha pesato sulla bilancia costituzionale e premuto l’assemblea costituente a sanzionare la specialità della dottrina cristiana dei successori di Pietro. È evidente che l’articolo 8 costituisce una regola generale che tiene conto del principio di uguaglianza stabilito dall’articolo 3, uguaglianza davanti alla legge, isonomia che la Repubblica dovrebbe assicurare; mentre l’articolo 7 sancisce il privilegio! Cioè la norma specifica a favore di un soggetto particolare. E come tale, in contrasto con l’isonomia dell’articolo 3. Tuttavia gli articoli 7 e 8 non si compenetrano, né si escludono, ma si completano nell’affermare la libertà religiosa. Però si tratta, come ognuno può vedere, di una libertà squilibrata. Le confessioni religiose, in una società davvero libera, non possono essere discriminate. E la libertà religiosa dovrebbe essere garantita semplicemente statuendo che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere nel rispetto della costituzione. L’articolo 7 costituisce una delle disposizioni più note ed originali della nostra carta costituzionale. Ma vantarcene e magari ascriverla ad un superiore genio politico e giuridico, mi sembra troppo. Come dimenticare che uomini e gruppi personalmente e programmaticamente atei votarono l’articolo per interesse di partito, mentre tanti costituenti, credenti o agnostici, lo approvarono per ragion di Stato? Disposizioni di questo genere sono dunque figlie delle necessità della storia, non della costituzione.

L’articolo 9 poi accolla alla Repubblica lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, nonché la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della nazione. E in genere ci si appella in questa norma in nome dell’ecologismo, esaltando la lungimiranza dei costituenti. Però, in me, tale articolo non suscita nessun verde entusiasmo, specialmente se lo considero insieme agli altri che lo precedono e seguono, e caricano sulle spalle della Repubblica un giogo tanto pesante che, a volerlo davvero portare tutto a destinazione, ne resterebbe schiacciata dopo un passo. E così, come una docile asina, La Costituzione può essere tirata da ogni parte. Tutti trascinano gli enti pubblici ad esercitare potestà su mille materie, invocando servizi e contributi. Alé! Vomitevole! Mi fermo qui.

Ce n’è da riflettere, no? Ciao animali sociali!

E state in campana, se non volete diventare sempre più animali e sempre meno sociali!

italia nella merda

Pensioni che si svalutano fino ad arrivare ad un valore pari ad un terzo dell’ultimo salario percepito. È questa la fosca previsione del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) in una ampia ed approfondita ricerca diffusa oggi.
Con la famosa “riforma Dini” del 1995 si è passati dal sistema retributivo al sistema contributivo. Ciò significa che, a partire da quell’anno, ogni lavoratore matura una pensione rivalutata in base a quanto effettivamente versato nel corso della sua vita lavorativa. Il sistema retributivo si fondava, invece, sul fatto che i lavoratori in attività, con i loro versamenti, finanziavano le pensioni. La riforma si è resa necessaria perché il sistema retributivo si basa essenzialmente su un delicato equilibrio demografico fra soggetti in attività e pensionati. Se aumentano questi ultimi (in conseguenza dell’innalzamento della speranza di vita) e diminuisce la popolazione in età di lavoro, il gettito dei contributi versati non è più in grado di finanziare le pensioni attuali.
Il ricorso al sistema retributivo ha consentito ai pensionati, fino ad ora, di poter percepire assegni pensionistici molto vicini al valore dell’ultimo stipendio (circa l’80%). Le simulazioni dei ricercatori del Cnel mostrano che in futuro, con il sistema contributivo, le pensioni potranno anche ammontare ad un terzo dell’ultimo stipendio (circa il 35-40%), con quale possibilità di sopravvivenza del pensionato è facile intuire.
Su quali dati si fondano le simulazioni dei ricercatori? Lo studio ha preso in considerazione l’evoluzione del cosiddetto “tasso di sostituzione”, cioè il rapporto tra prima rata della pensione e ultimo salario percepito. Nel sistema retributivo, i principali parametri da cui questo indicatore dipende sono il salario del pensionato nell’ultima parte della carriera e l’anzianità contributiva. Nel caso del sistema contributivo i parametri principali sono il salario lungo l’intera carriera, l’anzianità contributiva e l’età del pensionato.
Alla fine del secondo decennio di questo secolo cominceranno ad andare in pensione quei soggetti che godono di un trattamento misto (in parte retributivo e in parte contributivo), perché nel 1992 avevano meno di 15 anni di versamenti. Per costoro il tasso di sostituzione è di circa il 50-53%. Porteranno a casa una pensione che vale circa la metà dell’ultimo stipendio percepito.
La simulazione dimostra come un prolungamento del periodo lavorativo è in grado di attutire, almeno in parte, gli effetti negativi del tasso di sostituzione e consentire, dunque, al lavoratore di percepire un assegno vitalizio più “ricco”. Insomma, andando in pensione più tardi ci si guadagna. Già con un anno di lavoro in più, il tasso di sostituzione può passare dal 62% al 67%. Man mano che sono collocati a riposo quei lavoratori per i quali l’assegno pensionistico è legato sempre di più al sistema contributivo, il prolungamento dell’età lavorativa diventa quasi un imperativo. Nel terzo decennio del secolo, sarà necessario arrivare almeno fino a 67 anni di età per poter sperare di avere un tasso di sostituzione intorno al 55-60%. Altrimenti il rendimento dell’assegno crolla al di sotto di quelle soglie. I ricercatori ipotizzano che, nel terzo decennio, un prolungamento dell’età lavorativa fino a 66,5 anni comporti un innalzamento del tasso di sostituzione dal 48 al 67% (ma bisognerà elevare i limiti di età per andare in pensione, che attualmente sono fermi ai 65 anni).

Ma le pensioni scontano anche un altro problema: quello della loro mancata indicizzazione all’aumento del tasso di produttività. Salari e stipendi, infatti, percepiscono aumenti legati al progresso della produttività del lavoro e concordati fra sindacati e associazioni degli imprenditori ad ogni rinnovo contrattuale. Le pensioni, invece, si rivalutano solamente in base ad un’indicizzazione legata al tasso di inflazione. Per rendere evidente questa discriminazione, la ricerca del Cnel stima che se nel 2014 coloro che vanno in pensione percepiranno circa il 64% del salario di un lavoratore in attività, coloro che andranno in pensione nel 2034 percepiranno un assegno pari al 46% del salario di chi lavora. Una caduta di 18 punti percentuali. Ancora peggio sarà la situazione per coloro che andranno in pensione nel 2050: percepiranno una pensione pari ad un terzo del salario attuale.

E il divario aumenta man mano che trascorrono gli anni e i lavoratori incassano la rivalutazione dovuta alla produttività, mentre i pensionati soltanto quella legata all’inflazione. Si tratta di un’evidente violazione del principio di uguaglianza che nessuna legge, fino ad ora, ha mai preso in considerazione.
Secondo lo studio la situazione peggiore riguarderà i lavoratori autonomi e le donne, ma soprattutto i lavoratori temporanei e precari. Se questi ultimi riusciranno ad essere assunti entro tre anni dall’inizio della loro carriera con un contratto a tempo indeterminato saranno in grado di attutire gli effetti del regime pensionistico contributivo. Se, invece, tale possibilità sarà loro preclusa o molto ritardata, entreranno a far parte del popolo della “nuova povertà” una volta varcata la soglia della pensione.

Nel 2050 chi andrà in pensione percepirà un assegno pari al 36% del salario di chi lavora. Soltanto il prolungamento oltre i 65 anni consentirà un parziale recupero. Sono questi i perversi effetti della riforma pensionistica.
MA I POLITICI CHE PENSIONI HANNO E AVRANNO ?????????? www.dazebao.org

TITOLO- LE MIE ESTERNAZIONI

INDIRIZZO – www.robertodiiorio.blogspot.com

È l’unico fenomeno mafioso che ha origini urbane. Pervasiva, controlla in modo ossessivo il territorio ed ha un altissimo rapporto di integrazione con gli strati più poveri della popolazione. Ha solidi legami con gli ambienti politici come dimostra l’alto numero di richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di parlamentari campani. Attualmente in Campania opererebbero complessivamente circa 111 famiglie ed oltre 6.700 affiliati. Insediamenti della camorra sono segnalati in Olanda, Germania, dove opererebbe il gruppo Licciardi-Contini-Mallardo, in Romania (Alfieri), in Francia, con il gruppo che fu di Michele Zaza, in Olanda e Scozia (La Torre), in Spagna e Portogallo, dove sono presenti i “Casalesi” ed a Santo Domingo, dove opererebbe un gruppo del clan Bardellino.

camorra

Le origini
La Camorra nasce, agli inizi del secolo scorso, nella città di Napoli. In un archivio di polizia è stata trovata la documentazione di un “processo” svoltosi davanti al tribunale della camorra, la cosiddetta “Grande Mamma”, risalente al 1819 . La camorra è stata più volte utilizzata dalla politica, sin dal secolo scorso : dai Borboni contro i liberali, prima ; dai liberali contro i Borboni dopo. Costituitosi lo Stato Unitario, è stata chiamata più volte in campo per condizionare risultati elettorali. È l’unica organizzazione criminale che su espresso invito è addirittura riuscita a far parte di un corpo di polizia . Nel corso della sua storia, ha avuto un andamento carsico. Ha scritto la Commissione Antimafia nel 1993 : “La sua duttilità, la sua stretta integrazione con società, politica ed istituzioni, le hanno consentito, in momenti di difficoltà lunghi periodi di mimetizzazione nella più generale illegalità diffusa che caratterizza la vita dei ceti più poveri di Napoli al termine dei quali è emersa con forza”. Un importante studio di fine Ottocento (G. Alongi) la considera un relitto storico. Nel 1915 l’allora capo della camorra Del Giudice la dichiara sciolta ed il fascismo si vanta della sua soppressione.

LINK 1819
Estesasi ai quartieri cittadini, la camorra è richiesta a chi pratica l’usura, la prostituzione, il gioco d ‘azzardo. La “protezione” dietro pagamento di tangente sarà poi imposta a cocchieri, facchini, venditori ambulanti, commercianti, tavernieri. Viene così formandosi, nel panorama sociale napoletano, un particolare associazionismo criminoso, imperniato sul comune interesse degli affiliati alla spartizione dei proventi dell’estorsione generalizzata. Il termine “camorra” giunge infine a designare un’organizzazione, la “Bella Società Riformata”, retta da uno statuto, il “frieno”, che prescrive anzitutto l’obbedienza agli ordini dei capi e il mantenimento del segreto su quella che è chiamata “onorata società”. La “Società maggiore” raggruppa i veri e propri camorristi, mentre gli affiliandi (“giovanotti onorati”, “picciotti”, “picciotti di sgarro” fanno parte della “Società minore”. In ognuno dei dodici quartieri di Napoli agisce una “società” rionale divisa in “paranze” (gruppi con diverse specializzazioni), retta da un “caposocietà” o “capintrito”, coadiuvato dal “contaiuolo”, che funge da segretario-tesoriere. Il contaiuolo riscuote i proventi delle estorsioni, che ripartirà in base alle norme societarie. Collegati tra loro, ma di fatto indipendenti, i “capisocietà” rispettano l’autorità del “capintesta”, una sorta di supremo capo della camorra, che governa il quartiere della Vicaria. Sembra che il “frieno”, agli inizi tramandato oralmente, sia poi stato redatto in forma scritta intorno al 1840. La copia pervenutaci stabilisce i gradi della gerarchia interna, regola i rapporti tra consociati, sancisce le pene irrogabili dai “tribunali” camorristi. Questi si articolano in “Mamme” (con giurisdizione limitata al quartiere) e “Gran Mamma”, competente per l’intera città e presieduta dal “capintesta”, in questa sua funzione chiamato “Mammasantissima”. Alessandro Coletti, Mafie, storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno. Sei, Torino, 1995, pagg. 24-25.

LINK Polizia “Or come salvare la città in mezzo a tanti elementi di disordini e d’imminenti pericoli ? Tra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, uno solo parvemi se non di certa almeno di probabile riescita e lo tentai. Pensai di prevenire le tristi opere dei camorristi offrendo ai più influenti capi un mezzo per riabilitarsi. Laonde, fatto venire in casa il più rinomato di essi, sotto le apparenze di commettergli il disbrigo di una mai privata faccenda lo accolsi alla buona e gli dissi che era venuto per esso e per i suoi amici il momento di riabilitarsi dalla falsa posizione in cui avevali sospinti non già la loro buona indole popolana, ma l’imprevidenza del governo il quale aveva chiuse tutte le vie all’operosità priva di capitali (…) Improvvisai allora una specie di guardia di pubblica sicurezza come meglio mi riuscì a raggranellarla tra la gente più fedele e devota ai nuovi principi ed all’ordine, frammischiai tra questo l’elemento camorrista in modo che anche volendolo non potea nuocere”. Liborio Romano, Memorie politiche, Napoli, 1870, pagg. 19-20

La struttura
La camorra è costituita da un insieme di bande che si compongono e si scompongono con grande facilità. Questa struttura pulviscolare, come scrive ancora la commissione antimafia nella sua relazione sulla Camorra (1993) è stata sostituita da una organizzazione gerarchica solo in due occasioni negli ultimi decenni. “Prima, nella seconda metà degli anni Settanta, dalla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo e poi, verso la fine degli anni Settanta, dalla Nuova Famiglia di Bardellino-Nuvoletta-Alfieri, sorta, d’intesa con Cosa Nostra, per contrastare Cutolo, e perciò modellata sugli stessi caratteri dell’organizzazione cutoliana. Nel 1992 Alfieri tentò di costruire un’organizzazione unitaria, secondo lo schema siciliano, chiamata significativamente Nuova Mafia Campana”. Tutti gli esperimenti sono cessati dopo pochi anni. Spiega la commissione anti-mafia : “La Nco è finita nel 1983, per l’indebolirsi delle alleanze politiche, la riduzione delle fonti di finanziamento ed i colpi ricevuti dagli avversari. La Nuova Famiglia cessò nello stesso periodo per il venir meno della ragione dell’alleanza dopo la sconfitta di Cutolo. La Nuova Mafia Campana fu più un’aspirazione che una realizzazione”. A differenza di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta, nella camorra non ci sono particolari criteri di selezione, né strutture rigide o rituali di iniziazione. L’unico a delineare uno statuto ed a dare all’organizzazione una gerarchia interna è stato Cutolo . Lui nella Nuova Camorra Organizzata era il “Vangelo”, i componenti della direzione strategica erano detti “santisti”, “sgarristi” e “capizona”, mentre alla base c’era i picciotti. La cerimonia di affiliazione (o “fedelizzazione”) doveva rafforzare lo spirito di gruppo soprattutto nei giovani chiamati a contrastare l’espansione di Cosa Nostra che, come avvertiva Cutolo, voleva colonizzare la camorra.

Le attività
Illimitato è l’ambito degli affari delle organizzazioni camorriste e va dall’usura, al contrabbando di sigarette, dal traffico e spaccio di droga alle truffe ai danni della CEE, dalle estorsioni alle rapine, dall’importazione clandestina di carni al traffico di armi, dalle scommesse clandestine al monopolio del calcestruzzo.
www.nicaso.com

LE MIE ESTERNAZIONI                   INDIRIZZO – www.robertodiiorio.blogspot.com

temporary-shopOttimizzano i costi, valorizzano la marca, aumentano la notorietà, generano guadagni diretti dalle vendite e sono sempre più utilizzati dalle aziende come strumento di comunicazione e marketing. La moda dei Temporary Shop e’ partita in Inghilterra: era il 2003 quando per la prima volta nel Regno Unito venne aperto il primo negozio temporaneo, poi New York, Berlino, Parigi e Milano. È l’ultima frontiera del marketing: i temporary store o temporary shop, negozi aperti a tempo determinato che compaiono all’improvviso nel contesto urbano e velocemente si dissolvono, arricchiti di eventi e di comunicazione non convenzionale.

Solo a Milano nell’ultimo anno circa 150/200 aziende hanno organizzato un negozio temporaneo in una delle tante location che costituiscono l’offerta cittadina, ormai davvero ricca e variegata per tipologie degli spazi (circa trenta), metrature e localizzazione.
Anche la ricerca di Convegni:”Il mercato degli eventi in Italia. Outlook 2009” ha evidenziato quest’anno per la prima volta una voce importante degli investimenti di event marketing dedicata ai temporary store: scelti per il 12,5% dei lanci di prodotto. Una chiave di lettura di questo fenomeno, inquadrandolo in un contesto più generale, la dà Massimo Costa, direttore generale di Assotemporary, l’associazione di categoria: “Come dice efficacemente il filosofo e sociologo Zygmunt Bauman, oggi viviamo in una società liquida, dove identità e appartenenze hanno mutato significato e le strutture sociali sono divenute fluide. Tutto si fa più rapido e si dissolve e ricostruisce da un giorno all’altro. Anche le modalità di distribuzione risentono di questa propensione alla fluidità”.

I Temporary Shop sono la risposta alla crisi economica internazionale? Se lo stanno chiedendo in molti in questo periodo, nel quale i negozi aperti solamente per un breve periodo di tempo stanno nascendo come dei funghi. Un po’ in tutta Italia e’ boom di Temporary. Era il Natale del 2007 quando i Temporary Shop hanno fatto la loro prima comparsa in Italia. Molti i brand che ci hanno venduto i loro prodotti nei temporary store: Prada, Benetton, Roberto Coin, Nike, Guru e molti altri ancora.

Temporary Shop: nome in inglese, concetto molto semplice, un negozio che rimane aperto solo per un determinato periodo. Non a caso i Temporary Shop vengono anche chiamati Pop-Up Store, insomma roba che appare e che scompare. I Temporary Shop vanno di gran moda e solitamente vengono aperti in luoghi particolarmente rappresentativi (zone esclusive, alla moda o addirittura in gallerie d’arte) per creare una sorta di evento e poi scomparire. E’ una strategia del marketing che si distacca dalla classica e tradizionale idea del negoziante di fiducia; insomma prende la spersonalizzazione dei centri commerciali perchè non fai in tempo a creare un rapporto col commerciante, mentre dal negozietto mutua lo spazio. Il Temporary Shop è talmente temporaneo che in vetrina c’è anche un countdown che indica il tempo che manca alla chiusura definitiva.

Un consumismo futurista dai tempi accellerati che rispecchia una civiltà urbana frenetica e dai minuti contati. La lancetta sembra tiranneggiare anche lo “slow shopping”, tradizionale usanza di acquisto mediterranea basata sull”equivalenza fondamentale: acquisto=relax, brutalmente soppiantata dagli acquisti online in risicate pause pranzo e dal così detto “temporary store”, il negozio evento che appare e scompare.

La differenza sostanziale tra un Temporary store e un Pop-up store va ricercata, a mio avviso, nell’approccio in fase di lancio dello store: mentre per il primo si tratta di un negozio che occupa per un periodo di tempo predeterminato e limitato (si va da qualche mese a pochi giorni) uno spazio in zone altamente rappresentative con l”obiettivo dichiarato di creare “l”evento” e di giocare sulla curiosità indotta dalla limitatezza, i pop-up vengono aperti all’improvviso senza annunciare nulla a nessuno, contando solo sul tam tam, sul passaparola opportunamente indotto. In entrambi i casi riveste un ruolo importante e decisivo lo spazio espositivo, l’ambiente e l’atmosfera che si crea e viene vissuta durante l’esperienza nel Temporary shop.

Confrontare un tamporary shop con un punto vendita tradizionale secondo me è inefficace ai fini di una comparazione tra forme di vendita in quanto non stiamo parlando di due forme distributive, ma, a mio avviso, i primi sono degli strumenti di marketing che nel lungo tempo hanno l’obiettivo di far aumentare i clienti verso i tradizionali punti vendita che distribuiscono i marchi venduti nei temporary shop.

Per ora possiamo solo affermare che questa nuova tecnica di vendita ha portato un po’ di ottimismo, permettendo così di fronteggiare anche un po’ la crisi..

“Wave” come onda, certo, ma di quelle potenti, pronte a frantumare la messaggistica online. Questa la premessa portante di Google Wave, un nuovo servizio del colosso di Mountain View. È ancora in versione beta, quindi di collaudo, ma già a questo stadio i suoi tratti distintivi sono ben definiti. Le parole d’ordine sono, addirittura, tre: collaborazione, social network e messaggistica.google wave

In merito alla prima e alla terza, le più eclatanti, mi riferisco alla possibilità di elaborare un contenuto tra più persone, via Internet, in tempo reale. Non si tratta di una novità assoluta (anche alcuni “Extra” di Skype, tanto per dire, lo consentono), ma sicuramente è una delle migliori applicazioni in grado di farlo. Il concetto portante è, appunto, l’onda (wave). Google Wave si basa su onde, vale a dire, in soldoni, delle conversazioni. Che coinvolgono due persone o più, o addirittura dei “bot” automatici.

Una semplice chat, dunque? Non proprio: nella wave possono infatti confluire anche contenuti di diverso tipo, per esempio un testo al quale, proprio nel corso della conversazione, collaborano tutti gli utenti. Ciascuno è libero di interagire come crede e i suoi interventi sono contrassegnati da un colore specifico, che funge da “tag”. Se l’e-mail ha soppiantato la posta tradizionale, cartacea, e la messaggistica ha preso il posto della telefonata, Google Wave arriva ad unire posta elettronica e instant messaging. Non esiste più il “solo” messaggio, l’e-mail o il documento. Esiste una wave, pronta a integrarli tutti i uno. Proprio come in una riunione: tutti seduti a conversare e pronti, all’occorrenza, a scrivere delle note sulla lavagna, con pennarelli di diverso colore. E non importa se le informazioni arrivano per via orale, scritta o per strizzata d’occhio (o piedino del collega ammiccante…): si tratta della medesima conversazione, della medesima onda.

Fonte: BananAffair.it

Una volta che l’onda è stata creata, col contributo di tutti i partecipanti, può essere condivisa anche all’esterno del servizio, magari integrandola nel proprio blog o in un sito, in modo molto semplice. Così, magari, si ha modo di apprezzare la possibilità di playback, che consente di riprodurre la wave come si trattasse della registrazione di una conferenza. E se qualcuno decide di modificare la wave in un secondo momento? Come si trattasse di Wikipedia, l’intervento è notificato agli autori originali, che a loro volta possono intervenire.

Ma Google Wave non va vista solo come uno strumento dedicato ai professionisti, o comunque agli appassionati di chat. Per certi versi è un’applicazione creativa, visto che nel suo flusso si possono inserire anche foto, video, audio e file, che si possono così condividere con semplicità. E se tutte queste funzioni non bastano, il fatto che il nuovo progetto di Google sia Open Source non fa che assicurargli un futuro radioso e variegato, perché l’intervento degli sviluppatori non solo è caldeggiato ma è parte integrante del progetto stesso. Al punto che ci sono già parecchie applicazioni pronte all’uso. Come Bloggy, che consente di inserire in una wave il post di un blog, o Bidder, che trasforma l’onda in… un’asta.

E in tutto questo fiume di dati galleggia pure il divertimento, grazie ai giochi pronti ad allietare il tempo libero, e che volendo possono essere provati, pure loro, assieme agli altri utenti. E dato che Google è stata una delle prime aziende a capire il significato in salsa hitech del motto “se non puoi batterlo fattelo amico”, che Wave integra il supporto ai social network più diffusi, come Twitter e Facebook. Quando sarà disponibile a tutti questa manna digitale? Date ufficiali non ce ne sono, ma iscrivendosi sul sito ufficiale c’è la possibilità di essere iscritti come “beta tester”. Buona onda a tutti.

Fonte: wired.it

Era l’autunno del 2007, Google stava pianificando un investimento importante su Facebook, la più eccitante tra le nuove compagnie della Silicon Valley. All’inizio Google aveva preso in considerazione l’ipotesi di acquisire Facebook – una prospettiva che agli executive di Facebook non interessava affatto – ma un investimento era un’altra opzione invitante, che avrebbe portato all’alleanza tra le due più grandi compagnie internet.

Facebook Advertising

Qualcosa, però, andò storto e l’affare non si concluse. L’investimento lo avrebbe fatto Microsoft, il nemico giurato di Google: 240 milioni di dollari per l’acquisizione di una piccola quota (1,6 per cento) dell’azienda. Il che stava a indicare che Redmond aveva attribuito a Facebook un valore impressionante: 15 miliardi di dollari. A parità di condizioni Microsoft era sempre stata la favorita. L’offerta di Google era stata usata essenzialmente come escamotage, uno strumento per alzare la posta. Gli executive di Facebook non intendevano cogliere l’occasione di unirsi a Google: preferivano la sfida. «Quella gente non ci è mai piaciuta », spiega un ex progettista di Facebook. «Tutti noi avevamo la sfacciataggine di dire che qualunque cosa facesse Google, noi avremmo potuto farla meglio. Nessuno parlava di MySpace o di altri social network. Parlavamo solo di Google».

Il motore di ricerca indicizza i siti ed elenca le news secondo un ordine gerarchico preciso. Mark Zuckerberg, direttore generale di Facebook, immagina un web più personalizzato, umano, in cui la rete di amici, colleghi e familiari è la fonte primaria di informazioni, proprio come lo è nella vita di tutti i giorni. Zuckerberg prevede che gli utenti per trovare un dottore, o la macchina fotografica migliore, o per assumere qualcuno interrogheranno il suo social network, piuttosto che rivolgersi all’algida matematica di Google. È un ripensamento radicale del nostro modo di navigare online che piazza Facebook al centro. In altre parole lo mette proprio dove ora sta Google.

facebook-crescita-utentiMaggio 2009: 200 milioni di iscritti;

Luglio 2009: 250 milioni di iscritti;

Settembre 2009: 300 milioni di facebookiscritti;

Questa crescita esponenziale fa di facebook una minaccia sempre più reale per Google e socondo un executive della compagnia di Mountain View è inevitabile che avvenga una collisione.

L’azienda più potente del web si sente minacciata da una compagnia che ancora non ha realizzato profitti. Una fonte interna stima che Facebook l’anno scorso abbia bruciato 75 milioni di dollari, oltre ai 275 milioni che aveva incassato; Google ha realizzato un utile di 4,2 miliardi di dollari su un fatturato che ha raggiunto la cifra straordinaria di 15,8 miliardi di dollari. Perfino i capi di Facebook ammettono che Google si è assicurata una posizione di assoluto predominio nelle inserzioni pubblicitarie che portano circa il 90 per cento degli introiti. Ma loro dicono di essere alla caccia di un mercato ancora più ghiotto: quei costosi brand che fino a ora praticamente non si sono avventurati online. Oggi il mercato pubblicitario online dei brand ammonta a 50 miliardi di dollari all’anno: quello non online invece arriva, si stima, a 500 miliardi di dollari. Il desiderio di Google di risolvere l’annoso problema della pubblicità dei brand è così intenso che alcuni executive della compagnia hanno preso in considerazione l’ipotesi di mettere da parte l’orgoglio e cercare un altro accordo con Facebook. Ciò dimostra che Google è stato fortemente influenzato dal social network e dalla sua crescita in rete.

Facebook sta cercando di strasformarsi in un elemento completo e onnipresente della vita online. In dicembre ha lanciato Connect, una rete di oltre 10mila siti indipendenti che permette agli utenti di aver accesso ai loro contatti Facebook, senza loggarsi. Vai su Digg, per esempio, e trovi le storie raccomandate dagli amici. Se ti dirigi su Citysearch, vedi che ristoranti hanno recensito. Vai su TechCrunch, Gawker o su Huffington Post e leggi i commenti che hanno lasciato. Nel giorno del giuramento di Barack Obama – l’Inauguration Day – milioni di utenti si sono loggati su Cnn. com usando il loro Id Facebook, e hanno discusso con i loro amici in tempo reale.

A ringalluzzire un po’ gli uomini di Google, c’è anche il fattore giovinezza di Zuckerberg. Dopotutto Facebook, perfino sotto la leadership più assennata e solida, si troverà ad affrontare una dura sfida: trasformare un’enorme user base in un affare economicamente sostenibile. Un’impresa che non è affatto semplice, provate a chiederlo a Friendster, MySpace, YouTube e Twitter. Grazie all’esperienza diretta con YouTube, chi lavora a Google sa quanto possa essere dispendioso reggere il passo di una crescita esplosiva nelle utenze. Nel 2006 hanno firmato un disastroso accordo di collaborazione con MySpace, per 900 milioni di dollari, un fallimento che ha insegnato quanto sia difficile far soldi con il social networking. E in privato non pensano che lo staff di Facebook, relativamente inesperto, abbia le energie mentali per farcela, laddove loro non sono riusciti. «Se trovassero all’improvviso il modo di monetizzare, allora questo certamente sarebbe un problema», mi dice un executive di Google, uno decisamente altolocato. «Ma non lo troveranno». Questi signori “no” non hanno tutti i torti. Ma prima di rallegrarsi troppo, dovrebbero ricordarsi di un’altra compagnia, una parvenu che scoprì un nuovo modo di organizzare internet. La sua storia è ormai nota, scritta negli annali della rete.

Per cinque anni questa compagnia lavorò alla costruzione della sua user base e al perfezionamento del prodotto, resistendo alle suppliche dei venture capitalist, che volevano che si trovasse il sistema di cavarne denaro. Con lungimiranza, pensò prima agli utenti che al business e solo dopo essere diventata una parte essenziale della vita online di tutti, ebbe una visione chiara della propria strada negli affari. Crebbe rapidamente, diventando una delle aziende più potenti del mondo. Il nome di quell’azienda ovviamente era Google.

Questo post è una rielaborazione dell’articolo pubblicato su Wired.it

di Maurizio Trezza.

L’era del petrolio sta finendo! Proprio così. Secondo gli analisti del settore energetico le riserve petrolifere ancora sfruttabili, nella migliore delle ipotesi, possono garantire non più di 30/40 anni di disponibilità energetica. Inoltre il prezzo del petrolio sul mercato globale, tralasciando gli aumenti speculativi, continua a salire in modo consistente ed inarrestabile e l’incessante aumento delle emissioni di anidride carbonica che proviene da combustibili fossili bruciati sta elevando la temperatura della Terra e sta provocando un cambiamento senza precedenti nel clima globale. Insomma l’elemento fondamentale, quello che ha garantito i presupposti della Seconda Rivoluzione Industriale, si sta esaurendo. Che fare?

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I governi dei paesi occidentali, ma anche di quelli in via di sviluppo, non potranno, nei prossimi anni, ignorare la necessità di uno sviluppo energetico sostenibile e un ulteriore ritardo nell’affrontare tali questioni sarebbe inconcepibile. L’unico sistema che garantirebbe la sostenibilità ambientale e che viene generalmente riconosciuto dalla comunità economico-scientifica come tale è quello delle energie rinnovabili. Già la Comunità Europea ha intrapreso da qualche anno la strada dello sviluppo a impatto zero, in questa direzione vanno tutte le direttive europee in materia energetica, ne sono un esempio la disposizione che obbliga i Paesi Membri a ridurre le emissioni inquinanti del 20% entro il 2020 e parallelamente impone che, entro la stessa data, il 20% dell’energia debba essere generata da fonti rinnovabili. Per quanto riguarda invece gli accordi extra-europei è di rilevante importanza, per la sua determinazione e per l’ampio consenso che ha raccolto, quello entrato in vigore nel febbraio 2005, il Protocollo di Kyoto, che prevede l’obbligo per i paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di sostanze inquinanti in misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990 (considerato come anno base) nel periodo che va dal 2008 al 2012.

Ma, come sostiene Jeremy Rifkin (Presidente della Foundation on Economic Trends (FOET) di Washington e Professore alla Wharton School’s Executive Education Program dell’Università della Pensilvenia): “[…]maggiore efficienza e riduzioni obbligatorie globali dei gas a effetto serra non sono sufficienti, da sole, ad avviare a soluzione la crisi senza precedenti dovuta al riscaldamento globale e al picco mondiale di produzione di olio e gas”. E’ in questa prospettiva che si inserisce il radicale rinnovamento di tutte le fonti energetiche e il cambiamento di rotta che lo stesso Rifkin da diverso tempo sostiene. I presupposti ci sono tutti. Le più grandi rivoluzioni energetiche del passato si sono sempre verificate quando nuovi regimi energetici hanno potuto convergere con nuovi regimi di comunicazione. Mi spiego meglio.

Quando la produzione delle prime società agricole cominciò a crescere esse avevano bisogno di gestire la complessità delle coltivazioni immagazzinando e distribuendo le semenze, per fare ciò ebbero bisogno della scrittura. Il surplus di semi immagazzinati permise la crescita della popolazione e l’alimentazione degli schiavi, che a loro volta fornirono la “manodopera” per lo sviluppo dell’economia. La convergenza fra la comunicazione scritta e l’accumulazione dell’energia sotto forma di semi eccedenti permise la rivoluzione agricola, la nascita del commercio e della civiltà. All’inizio dell’era moderna la confluenza tra l’invenzione della tecnologia del vapore derivante dal carbone e la stampa diede inizio alla Prima Rivoluzione Industriale. Sarebbe stato impossibile regolare e gestire il rapidissimo aumento del dinamismo, della ricchezza e dello sviluppo delle attività economiche, rese possibili dai motori a vapore, senza le nuove tecniche di stampa. Verso la fine del secolo XIX e durante tutto il secolo successivo, le forme di comunicazione dovute all’avvento dell’elettricità (telegrafo, telefono, radio, televisione, calcolatrice, etc) hanno coinciso con l’introduzione del petrolio e del motore a scoppio, e sono diventate i meccanismi di gestione e controllo delle comunicazioni per organizzare e sviluppare la Seconda Rivoluzione Industriale.

Dunque, alla luce di ciò, possiamo dire che “la Storia ci sta indicando la strada”. Dagli anni Novanta, infatti, il regime delle comunicazioni è stato travolto dal nuovo fenomeno di Internet, senza dubbio una rivoluzione che non ha precedenti nel concetto di Comunicazione e, più o meno dallo stesso periodo, si è cominciata ad avvertire, nell’ambito energetico, l’esigenza di nuove forme di produzione, accumulazione e distribuzione dell’energia stessa. Nonostante la ristretta lungimiranza di alcuni governi che credono di trovare la soluzione al problema energetico puntando ancora sull’energia nucleare (si veda: ENERGIA NUCLEARE, il passato che avanza.) è chiaro che il futuro dell’energia sarà segnato da questo tipo di risorse, chi comprende per primo l’utilità dei nuovi sistemi energetici riuscirà a sfruttarli meglio. Come sempre, siamo già in ritardo.

La Storia è maestra di vita, ascoltiamola.

Morire non è poi così male, ho passato momenti peggiori.gatto_nero
Tipo quel periodo durante il quale trovavo sessualmente attraente Tonio Cartonio del Fantabosco.
E lui neanche mi guardava.
Prima di passare all’altro mondo ti viene concesso qualche minuto per riflettere sulle situazioni lasciate in sospeso: un’occasione come un’altra per incazzarti.
Mi sono venute in mente tante cose: numeri mai chiamati, libri abbandonati degradati a soprammobili, film interrotti dalle mie palpebre, persone vissute a metà.
E poi ci sono quelli che ti hanno voluto davvero bene, non perchè erano condizionati, ma perchè ti amavano davvero.
I miei genitori adottivi, ad esempio.
Li ricordo con particolare simpatia perchè soffrivano di misofobia: erano soliti a diventare violenti qualora trascurassi la mia igiene personale.
Se ne preoccupavano così tanto da finire col non curare la fase di tossicodipendenza che stavo attraversando.
Ricordo a tal proposito che un giorno, mentre tornavo dalla scuola serale con la mia bicicletta, Dodò dell’Angelo Azzurro attraversò d’improvviso la strada costringendomi ad un repentino cambio di traiettoria; sterzai bruscamente per evitare il pennuto immaginario finendo in un fosso pieno di fango.
Con addosso rassegnazione e una miscela composta da materiale solido finemente disperso e da una quantità relativamente piccola di liquido, derivata principalmente, ma non necessariamente, da sedimentazione (fango, preso da Wikipedia), proseguii verso casa, conscio delle violenze che avrei dovuto subire da lì a poco.
Varcato l’ingresso della mia abitazione, realizzai con grande stupore che i miei genitori adottivi non esistevano.
E che l’effetto dell’LSD stava per terminare.
In preda alla confusione mi accorsi di essere in preda alla confusione.
Non feci in tempo ad abbassare lo sguardo che notai di aver sporcato il pavimento, e fu a quel punto che sentii una pesante mano poggiarsi sulla mia spalla destra, come per richiamare la mia attenzione.
Potete immaginare il mio stupore nel notare in casa mia un estraneo calvo, palestrato, con una canottiera bianca che mi guardava minacciosamente.
Cioè, vi è mai capitato di essere guardati minacciosamente da una canottiera?
Senza drogarvi, intendo.
Comunque, era Mastro Lindo (l’estraneo intendo, non la canottiera), incazzato nero: aveva appena finito di lavare a terra.
In preda alla rabbia si accorse di essere in preda alla rabbia.
Così picchiò prima me, e poi la rabbia.
Per farmi perdonare, concessi (e non “concedetti”) a Mastro Lindo il mio posto di bidello alla scuola serale.
Probabilmente da questo episodio derivò la mia fobia verso i detersivi.
Molte persone sostengono che quando muori una grande luce si avvicina verso di te, fino ad abbagliarti; e quando è giunta a toccarti, non si sa cosa succeda.
Penso che sia vero, soprattutto se il tuo decesso avviene alle tre di notte, per mezzo del paraurti di uno Scania.
O almeno questo è quanto mi è successo.
La mia colpa di trovarmi in mezzo alla strada è fuori discussione, ma non capisco perchè quando stanno per investirti, invece di frenare, gli autisti accendono gli abbaglianti.
Cos’è, un gioco?
“Attenzione: sto per investirti. Intanto ti abbaglio, altrimenti ti viene troppo facile sopravvivere.”
Varcata la soglia celeste, sentivo un grandissimo senso di colpa: in un primo momento ho pensato fosse il frutto di anni ed anni di masturbazione, sesso orale e post blasfemi.
Poi mi sono ricordato di aver lasciato il gas aperto.
Mi trovo di fronte a San Pietro, il quale somiglia stranamente a Ridge di Beautiful.

Ridge: “Vieni avanti, figliolo”
Io, perlpesso, avanza verso Ridge di Beautiful
Ridge: “Qualche problema?”
Io: “No è solo che… le sue sembianze…”
Ridge: “Ah capisco. Posso assumere qualunque altra forma per farti sentire a tuo agio.”
Io: “Uhm… un caciocavallo?”
Caciocavallo: “Così va meglio?”
Io: “Si, grazie. Posso assaggiarla?”
Caciocavallo: “No”
Io: “Suvvia, non faccia il prezioso”
Caciocavallo: “Piantala. Vedi quella luce che sta venendo verso di te, da destra? Va verso di lei e troverai le tue risposte.”
Io si avvia verso la luce e viene investito da un camion.
Caciocavallo: “Ahahahahahaha coglione! Siamo in un tipo di intersezione a raso fra due o più strade (rotatoria, San Pietro usa Wikipedia).”
Io: “Divertente.”
Caciocavallo: “Ah, quasi dimenticavo: tuo fratello è stato qui poco fa. Ti manda affanculo, per quella storia del gas. Ha detto che avresti capito.”
Caciocavallo sparisce.

In quel momento mi apparse il Sommo.
Siamo davvero fatti a sua immagine e somiglianza, ed è lì che sta tutto il senso della vita: Lui è un gatto.
Un gatto nero.
Io i gatti non li ho mai capiti: aspettano l’ultimo secondo per attraversare la strada.
A volte ce la fanno, a volte ci ripensano e tornano indietro, altre volte vengono investiti da qualcosa e ci rimangono.
Ora però era tutto chiaro: non potrebbe essere altrimenti perchè è la loro natura.
Ed è per questo che nella vita aspettiamo l’ultimo momento per trovare il coraggio di prendere certe decisioni, però capita che sia troppo tardi e il tempo ci fa secchi.
Ma prima o poi devi attraversare i rischi se vuoi arrivare da qualche parte, e il destino è questione di attimi.

www.gianvito.it

di Maurizio Trezza.

Nel 1981 il carismatico leader del PCI Enrico Berlinguer poneva, come condizione necessaria nel normale svolgimento dell’attività politica italiana, la sfida e la risoluzione della cosiddetta “questione morale”. L’imposizione di questa “nuova via” nell’attività politica nasceva dall’esperienza storico/partitica degli anni precedenti ed era figlia di tutte le distorsioni strutturali che hanno poi caratterizzato la storia della Prima Repubblica. La società era reduce dalla crudele violenza ideologica degli anni ’70, stretta com’era tra le lotte di classe e la crisi economico-energetica, tra la strategia della tensione e i conflitti sindacali, i partiti erano tutti indaffarati nelle dispute interne e, in modo indiscriminato, si erano impossessati della maggior parte delle istituzioni, degli enti locali, delle banche, delle università e di alcuni grandi giornali, dimenticando e abbandonando la loro reale dimensione. Si avvertiva quindi, da parte del segretario comunista, la necessità di far coincidere l’esercizio del potere, fondamentalmente il potere dei partiti, con l’etica personale, con quella “legge morale” che guida ogni individuo nelle azioni e nelle attività umane.

In realtà l’espressione linguistica nasce già nel 1892 quando il deputato repubblicano Napoleone Colajannin, in un intervento al parlamento, denunciò i rapporti occulti tra la politica dei partiti e di singoli uomini politici e le tre grandi banche meridionali (la Banca Romana, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia) rimaste in vita, dopo l’unità, per aiutare la ripresa economica del Mezzogiorno. Da allora, e quindi da più di cento anni, si è tornati a parlare, nel dibattito politico, della necessità di risolvere la questione. Nelle lotte portate avanti negli anni ‘70 dal Partito Radicale si erano intravisti lievi tentativi, impliciti e velati, di affrontare l’argomento ma, come si poteva intuire dalle parole dello stesso Berlinguer, il problema non poteva ridursi a pura, ancorché necessaria, lotta d’avanguardia. Nell’intervista ad Eugenio Scalfari, con la quale si riportava alla luce tale esigenza, egli sottolineava la necessità di porre la questione morale al centro della questione italiana e di guardarla in una prospettiva più ampia :

”La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude”.

Come già accennato, la “campagna moralizzatrice” di Berlinguer era rivolta quasi esclusivamente alla condotta dei partiti, in particolar modo a quelli governativi, che giustificavano tale intervento con il fatto che il PCI non aveva mai occupato rilevanti posizioni di Governo e che quindi non si era mai sporcato le mani con il potere. Ora, alla luce degli avvenimenti politici che hanno scosso il Paese dal 1981 ad oggi, risulta evidente a tutti che la questione morale non è mai stata risolta e che, anzi, essa è cresciuta in modo smisurato. Gli anni ’80 e ’90 sono stati caratterizzati da una fitta serie di scandali, i gravi atti di corruzione che Tangentopoli ha scovato e le oscure trame rivelate dalle indagini, il coinvolgimento di numerosi esponenti politici, le vicende finanziarie degli ultimi dieci anni, gli assalti alle banche con relative complicità a livello istituzionale, la presenza in Parlamento di numerosi condannati e le recenti vicende scandalose dei nostri politici. Dunque, la “questione morale” si presenta come il filo rosso della questione italiana. Le circostanze ed i soggetti cambiano con lo scorrere del tempo, ma lo sfondo, la sostanza è sempre la stessa. L’intreccio tra affari e politica, il dilagante senso di illegalità e il disprezzo dell’etica pubblica, la convinzione dei delinquenti di poter contare su una diffusa rete di connivenza, di essere in grado di far valere i ricatti in forza di grandi complicità, di riuscire a sfuggire alle giuste pene, insomma, il vortice nel quale è precipitata la società moderna ci lasciano intendere che la “questione morale” si sia trasformata in “una questione immorale” e l’assoluta mancanza di fermezza e di impegno nel risolverla ci fa capire che resterà tragicamente “una questione immortale”.