Cosa Nostra è l’organizzazione mafiosa più importante d’Europa e tra le più importanti del mondo. Ha una struttura gerarchica, paramilitare, con precise regole di comportamento.
Sul territorio esercita funzioni di sovranità ed impone una fiscalità illegale generalizzata, il cosiddetto” pizzo”.
Le sue principali sedi sono in Sicilia (Palermo, Trapani, Marsala, Agrigento, Catania), ma ha ramificazioni, oltre che in molte regioni italiane, negli Stati Uniti, in Canada, in Germania, in Svizzera, in Francia, in Gran Bretagna ed in Russia.
Conta circa 5000 affiliati ed almeno 20.000 fiancheggiatori. Il vertice è costituito dalla “Cupola”, una sorta di commissione che raccoglie i capimandamento .
L’attuale capo di Cosa Nostra e’ Bernardo Provenzano, latitante da oltre 30 anni, ultimo grande boss dei Corleonesi.
Questa organizzazione è responsabile di omicidi che hanno scosso tutto il mondo civile, come le stragi di Capaci e D’Amelio, nelle quali, tra gli altri, hanno perso la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ha scritto Luciano Violante, ex presidente della commissione parlamentare antimafia : “La mafia si comporta come un potere politico totalitario: ha ucciso politici, magistrati, poliziotti. Ma ha ucciso anche giornalisti: ed è questo il segno più evidente del totalitarismo. Solo lo stalinismo e il nazismo hanno ucciso chi combatteva con lo strumento del pensiero e delle parole”.

Le origini
Cosa Nostra nasce nella Sicilia occidentale ai primi dell’Ottocento. Le sue origini sono strettamente legate a quelle del latifondo che domina la struttura produttiva della Sicilia fino ai primi del Novecento.
Da una parte ci sono i contadini miserabili; dall’altra la nobiltà terriera, erede assenteista di uno degli ultimi sistemi feudali d’Europa. Fra gli uni e gli altri, c’è un ceto spregiudicato e violento di massari, campieri, gabellotti, fattori che svolge funzioni di controllo, gestione ed intermediazione della proprietà e della produzione, tenendo a bada la latente violenza di quella smisurata platea di nullatenenti che popola le campagne siciliane.
Cosa Nostra nasce nel momento in cui i gabellotti, spesso circondati da scherani dal passato di gesta violente, smettono di lavorare a nolo e, attraverso la privatizzazione della violenza, danno vita a sette, confraternite, gruppi, cosche.
Il primo documento in cui si allude a una cosca mafiosa è del 1837: il procuratore generale, presso la gran corte criminale di Trapani Pietro Calà Ulloa, scrive ai suoi superiori a Napoli, per segnalare strane fratellanze impegnate in attività criminali, come il riscatto di bestiame rubato, che corrompono anche impiegati pubblici.
È comunque la rappresentazione del dramma popolare “I mafiusi di la Vicaria”, scritto nel 1863 da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca, poi tradotto in italiano, napoletano e meneghino, a fare del termine mafia un’espressione corrente, usata per indicare un gruppo di individui spavaldi e violenti, legati da rapporti misteriosi e temibili, dediti ad azioni per lo più criminose.

La struttura
La mafia siciliana ha una struttura a sviluppo verticale. Il capofamiglia nomina il “sottocapo”, i consiglieri ed i capidecina che hanno il compito di coordinare gli uomini d’onore, i picciotti. L’organizzazione base è la famiglia, non quella di sangue, ma un gruppo mafioso che controlla un pezzo di territorio, in genere un paese o un quartiere di una grande città, oppure più paesi se questi sono piccoli. È una funzione vitale, quella del controllo del territorio, che si snoda attraverso forme di contiguità con ambienti della politica e delle istituzioni. In Cosa Nostra si entra per cooptazione o chiamata, attraverso una specie di giuramento che consiste nel farsi bruciare sulla mano un santino.

Le attività
Le disponibilità di Cosa Nostra sono illimitate. Le attività nelle quali Cosa Nostra è impegnata sono il traffico internazionale di droga (le rotte controllate dalla mafia siciliana sono ancora oggi quelle più sicure), le speculazione finanziarie ed immobiliari, il riciclaggio del denaro sporco, l’estorsione, il traffico di armi, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e industriali ed il traffico di armi.

I boss
“Sono a conoscenza che la Regione (la Commissione regionale, l’organismo più importante di Cosa Nostra in Sicilia, nda) è attualmente formata da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, da Giuseppe Madonia, da Angelo Barbero da Catania e da Benedetto Santapaola. Il numero uno è sicuramente Totò Riina e subito dopo viene Giuseppe Madonia. Questi due membri della Regione mi sono stati anche indicati come Rappresentanti Mondiali a Palermo, nel senso che vi è un altro organismo più in alto che comanda tutte le famiglie di Cosa Nostra sparse nel mondo…”. Così il 30 giugno del 1992 il pentito Leonardo Messina rivela ad un pool di magistrati la struttura e gli uomini di Cosa Nostra. Un organismo aggiornato che consente l’operazione Leopardo, con l’arresto di centinaia di mafiosi, e contribuisce alla cattura di Madonia e infine di Riina. Oggi a capo di Cosa Nostra ci sarebbe Bernardo Provenzano che molti credevano morto. S’è rifatto vivo dopo l’arresto di Riina con una lettera inviata al presidente del Tribunale di Palermo. Fotografie vecchie di 30 anni lo descrivono come un tipo biondo e tarchiato. Nessuno da allora lo ha più visto, ma tutti i pentiti sono concordi nel definirlo una belva assetata di sangue, proprio come Riina, del quale è stato compagno di giochi e di nefandezze. La sua morte era stata data per certa nell’aprile del 1992 quando la moglie, Saveria Palazzolo, ricomparve in paese assieme ai tre figli dopo un’assenza di dieci anni. Come se non fosse successo nulla in tutto quell’arco di tempo, la donna riaprì la vecchia casa e riprese a vivere in mezzo alla gente, lasciando di stucco tutti, compresi i rappresentanti delle forze dell’ordine. Accanto a Provenzano, fino al 20 maggio del 1996, c’era Giovanni Brusca, considerato il capo dell’ala militare di Cosa Nostra. Figlio di Bernardo, ex componente della “commissione” nella sua qualità di boss della famiglia di san Giuseppe Iato, è accusato di crimini orrendi come la strage di Capaci (fu lui ad azionare il congegno che fece saltare in aria il giudice Falcone, la moglie e gli uomini della scorta), gli attentati a Roma, Milano, e Firenze e l’omicidio di Giuseppe Di Matteo, 11 anni, figlio di un collaboratore di giustizia, strangolato e dissolto nell’acido. Trentasei anni, latitante dal 1990, è stato arrestato assieme al fratello Vincenzo nell’agrigentino mentre alla televisione stava vedendo il film di Michele Placido sulla strage di Capaci. Dopo la cattura di Brusca, oltre a Provenzano, capo indiscusso dell’ala “politica” di Cosa Nostra, alla macchia resta, tra gli altri, Pietro Matteo Messina Denaro, a cui spetta il compito di ricucire le fila e di rilanciare la mafia sfiancata dagli attacchi concentrici dei pentiti.
Le stragi di Capaci e di via D’Amelio hanno costituito uno spartiacque nella lotta contro la mafia. Molti mafiosi, tra cui boss del calibro di Totò Riina, Giuseppe Madonia e Nitto Santapaola sono finiti in galera, tantissimi altri invece hanno cominciato a collaborare con la giustizia, dando ai giudici un filo da tirare che ha smagliato tutto un tessuto di amicizie e interessi. www.nicaso.com

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E’ in commercio già dal 2008, edito dalla Sperling & Kupfer, il secondo romanzo pubblicato dallo scrittore americano Nathan Gelb, con protagonista il mitico Principe di Sansevero, Raimondo di Sangro, alchimista, scienziato e uomo di lettere realmente esistito nella Napoli del ‘700. Si intitola “Delitti sotto la cenere” e segue di due anni il successo de ‘Il quadro dei Delitti’ opera di debutto, sempre col Principe nelle vesti di detective, anzi di ‘detector’ come ama definirlo l’autore. Napoli, 1756. Nel tempio massonico nascosto nel suo palazzo, Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero, rinviene fra le colonne ‘B’ e ‘J’ un uomo e una donna interamente inceneriti, tranne i volti e gli arti. Autocombustione? Incidente? Duplice omicidio? Vendetta contro di lui, già potentissimo Gran Maestro della Massoneria? E cosa ci fa un granchio di mare sul pavimento a scacchi dello stesso tempio? E quale messaggio vogliono suggerire le ossessive note d’un madrigale di Gesualdo da Venosa che, nel lontano 1590, trucidò la moglie con l’amante in quella stessa sala? Esiste forse un legame col passato? Dopo l’esordio di successo ne “Il quadro dei delitti”, il Principe di Sansevero, indagatore atipico, ‘detector’ come ama definirlo l’autore, affronta qui una nuova indagine, muovendosi nella sua Napoli. Il caso si presenta complesso fin dall’inizio e mentre Raimondo, affiancato dalla sua acuta amante, Mariangiola Ardinghelli, confuta le assurde credenze dell’epoca sulla “autocombustione umana”, scopre che l’enigma dei due cadaveri e della successiva catena di omicidi è molto più intricato, umano e angosciante.
‘Delitti sotto la cenere’ è un romanzo dalle molteplici qualità letterarie – oggi sempre più rare – che attengono in primo luogo all’uso della lingua, un italiano forbito, colto ed elegante nel quale l’autore, pur americano, scrive direttamente i suoi libri; in secondo luogo una straordinaria capacità nella costruzione di intreccio, dialoghi e personaggi, analizzati, questi ultimi, con notevole capacità di introspezione psicologica. Mirabile anche la capacità di ricostruire una Napoli settecentesca storicamente plausibile, piena di luci ed ombre, terreno di scontro delle passioni umane più estreme. Le più di 500 pagine scorrono con rapidità tra colpi di scena in dinamica successione fino ad un finale sorprendente nel quale le doti affabulatorie di Gelb si fondono con la capacità di andare a fondo nel sondare l’animo umano. Geniale la resa del protagonista, l’affascinante Principe di Sansevero che, come già detto, fu scienziato, inventore, alchimista di altissima sapienza, e la cui figura viene tratteggiata seguendo carattere, temperamento e spirito di un personaggio storicamente conosciuto soprattutto attraverso gli scritti che di lui rimangono nelle biblioteche di tutta Europa. Un libro assolutamente da leggere e da consigliare, ottima seconda prova di Nathan Gelb dopo il bellissimo e intrigante romanzo d’esordio. C’è da augurarsi che Gelb regali al pubblico dei lettori un prossimo nuovo episodio di un ciclo assolutamente coinvolgente che potrebbe avere ottime potenzialità di successo anche in una trasposizione cinematografica. Di recente è apparso su You Tube un accattivante booktrailer dedicato al romanzo di Gelb (vai alla pagina http://www.youtube.com/watch?v=I2c5AjDUwZw)

Dopo una lunga e onorata carriera, il tanto temuto trapano sta per andare in pensione. Nell’arco di 3-5 anni infatti le carie si potranno curare con lampi di gas plasma freddo, che, senza danneggiare il dente e spruzzato nella carie, ripulisce da tutti i batteri patogeni ed elimina il tessuto infetto.

La soluzione rivoluzionaria è proposta dell’equipe di Stefan Rupf dell’università Saarland ad Amburgo. Secondo quanto riferito sul Journal of Medical Microbiology, i lampi di plasma nel giro di pochi secondi sono in grado di ridurre di 10 mila volte la concentrazione di batteri dentali. Oggi per rimuovere le carie, il risultato di un’infezione batterica che corrode smalto e dentina, si agisce con il trapano, rimuovendo il tessuto infetto e quindi intaccando l’integrità del dente.

Il «gas plasma» consiste di una nube reattiva di particelle cariche elettricamente (radicali liberi) prodotta dall’azione di un forte campo elettromagnetico su acqua ossigenata vaporizzata. Oggi è già in uso per la sterilizzazione di strumenti chirurgici sensibili al calore poiché la temperatura di questo processo con il plasma non supera i 50 gradi. Il plasma usato dai ricercatori tedeschi è un plasma freddo e indolore; gli esperti lo hanno testato su dentina estratta da denti umani e «cariata» dai due principali batteri della carie, Streptococcus mutans e Lactobacillus casei. Gli esperti hanno bombardato i denti in provetta per 6, 12 o 18 secondi e constatato che ciò è sufficiente per eliminare il tessuto infetto. Più a lungo il dente è esposto al getto di plasma maggiore è la densità di batteri eliminata. «Grazie alla bassa temperatura si possono uccidere i microbi preservando i denti», spiega Rupf. In questo modo totalmente privo di contatto fisico col dente stesso, il sorriso è al sicuro e la seduta dal dentista cessa di essere un incubo. «La ricerca in questo campo ha fatto già enormi progressi – conclude Rupf – e da qui a 3-5 anni il trattamento clinico delle carie col plasma sarà realtà».

Link al “Journal of Medical Microbiology”:

http://jmm.sgmjournals.org/cgi/content/abstract/59/2/206

La ‘ndrangheta è oggi una delle organizzazioni criminali più potenti. Non priva di rapporti con uomini politici e servizi segreti deviati, è meno esposta, rispetto a Cosa Nostra, alle infiltrazioni esterne ed al fenomeno del pentitismo, ma soprattutto ha ramificazioni in mezzo mondo: dalla Lombardia, al Piemonte, dalla Valle d’Aosta alla Liguria, dalla Toscana al Veneto, dall’Emilia Romagna alla Francia, dalla Germania alla Russia, dalla Spagna alla Svizzera, dalla Bulgaria all’ex Jugoslavia, dalla Bolivia agli Stati Uniti, dal Canada all’Australia.
Una delle più efficaci definizioni sulla mafia calabrese l’ha data Julie Tingwall, sostituto procuratore dello Stato della Florida a Tampa: “È invisibile, come l’altra faccia della luna”. Se alla capacità di mimetizzarsi, soprattutto all’estero, si aggiunge la sottovalutazione del fenomeno, soprattutto in Italia, si può capire come la ‘ndrangheta sia riuscita a prosperare, quasi indisturbata. Fino a qualche anno fa, infatti, molti la ritenevano un’accozzaglia di criminali, dedita al pizzo ed ai sequestri di persona. Secondo una recente relazione della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, conta 155 cosche e circa 6.000 affiliati. Il rapporto tra popolazione/affiliati ai clan è del 2,7%. Nelle altre regioni il rapporto è rispettivamente di 1,2% in Campania, 1% in Sicilia e del 2% in Puglia.

Le origini

Nasce e si afferma nella seconda metà dell’Ottocento la ‘ndrangheta in Calabria, una regione dal tessuto economico fragile, priva di un significativo apparato industriale e con deboli ceti imprenditoriali. Clan di picciotti, da cui il nome Picciotteria vengono segnalati nel circondario di Palmi (Maropati, Gioia Tauro, Sinopoli, Iatrinoli, Radicena, Molochio, Polistena, Melicuccà, San Martino di Taurianova, la stessa Palmi), nella Locride (San Luca, Africo, Staiti, Casalnuovo) e nella cintura di Reggio Calabria (Fiumara, Villa San Giovanni, la stessa Reggio Calabria). Uno dei documenti più interessanti di quel periodo è una denuncia anonima inviata nel 1888 al prefetto di Reggio Calabria, Francesco Paternostro, che rivela l’esistenza a Iatrinoli, uno dei tre borghi che poi dettero vita a Taurianova, di una setta che nulla teme”

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La struttura
La ‘ndrangheta rispetto a Cosa Nostra ha una struttura a sviluppo orizzontale. Ogni famiglia ha il pieno controllo del territorio sui cui opera ed il monopolio di ogni attività, lecita o illecita. La cosca mafiosa calabrese si fonda in larghissima misura su una famiglia di sangue ed i vincoli parentali tra le varie famiglie vengono rinsaldati con matrimoni incrociati. Essendo tutti parenti, è difficile trovare pentiti. Negli ultimi tempi, dopo la sanguinosa guerra, apertasi nel 1985 con la secessione degli Imerti-Condello dall’alleanza di cosche guidata da Paolo De Stefano, la ‘ndrangheta, in provincia di Reggio Calabria, si è dotato di un organismo (Santa), di cui farebbero parte i rappresentanti delle famiglie più importanti. Non è una commissione come quella di Cosa Nostra, ma un primo tentativo per cercare di sedare gli endemici contrasti che scoppiano puntualmente tra le varie cosche (le c.d. faide), altra tipica espressione della mafia calabrese. Rigidissima è la gerarchia all’interno di ogni famiglia, regolata da un codice che prevede rituali in ogni momento della vita associativa : dall’affiliazione all’investitura del nuovo adepto, al giuramento che deve essere prestato con solennità, al passaggio al grado successivo, fino ai processi a cui il tribunale della cosca può sottoporre i propri affiliati qualora si dovessero rendere responsabili di eventuali violazioni alle regole sociali.

Le attività
La Calabria come ha sottolineato il dottor Nicola Gratteri, uno dei magistrati di punta della procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, galleggia sopra un grande traffico di armi. Sembra esserci in Calabria una sorta di accumulo di armi potenti e micidiali, alcune delle quali sono state utilizzate durante l’ultima guerra di mafia (missili terra-aria e lanciarazzi Mpg del tipo di quelli scoperti in un arsenale della ‘ndrangheta in provincia di Modena). Gli altri due grandi business della mafia calabrese sono il traffico internazionale di droga e l’estorsione : quest’ultima, come ha affermato nel 1993 l’Avvocato Generale di Reggio Calabria, colpisce nel capoluogo reggino ogni attività produttiva di reddito, senza escludere neppure i liberi professionisti. In calo i sequestri di persona che, a fronte di ricavi modesti, costringono le cosche a fare i conti con massicci dispiegamenti delle forze dell’ordine sul territorio.
Le gerarchie
I gradi nella gerarchia di ogni cosca della ‘ndrangheta, che altrove possono essere ricordati in maniera diversa, nella Piana di Gioia Tauro (ed è qui che alligna la mafia più organizzata e più forte), secondo quanto Pino Scriva ha raccontato ai magistrati che hanno raccolto le sue “confidenze”, sono i seguenti : 1) Giovane d’onore. Non è un vero e proprio grado. È una affiliazione per “diritto di sangue”, un titolo che viene assegnato al momento della nascita e che tocca in pratica ai figli degli ‘ndranghetisti come buon auspicio affinchè in futuro possano diventare uomini d’onore ; 2) Picciotto d’onore. È il primo vero gradino della “carriera” nella ‘ndrangheta. Si tratta di un gregario, esecutore di ordini, il quale deve cieca obbedienza agli altri gradi della cosca con l’unica speranza di ottenere benefici tangibili e immediati. I picciotti, in pratica, sono la fanteria, o meglio il corpo dei caporali delle cosche calabresi ; 3) Camorrista. È un affiliato già di una certa importanza ed è arrivato al grado dopo un “tirocinio” più o meno lungo. A lui sono affidate funzioni che il picciotto non può svolgere (può essere, per esempio, capo di una ‘ndrina nelle piccole frazioni dei comuni). In altre zone risultano distinzioni in questa stessa “qualifica” ; 4) Sgarrista o Camorrista di sgarro. Si tratta di un affiliato incaricato di riscuotere le tangenti ; 5) Santista. È colui che ha ottenuto la “Santa”, cioè un grado ancora più elevato per esclusivi meriti criminosi ; 6) Vangelo. Viene detto anche vangelista perché ha prestato giuramento di fedeltà all’organizzazione criminale mettendo una mano su una copia del Vangelo. Grado di altissimo livello, si ottiene “per più meritevole condotta delinquenziale”. 7) Quintino. Grado apicale che uno ‘ndranghetista può raggiungere. È attribuito a un ristretto numero di mafiosi che all’interno dell’organizzazione vanno così a costituire una oligarchia con diversi privilegi e altrettante responsabilità e che si riconoscono perché hanno un tatuaggio con la stella a cinque punte ; 8) Associazione. Di questo grado è Scriva a parlare per la prima volta. Rappresenta il più alto potere della ‘ndrangheta e viene esercitato in forma collegiale. Sarebbe, in sostanza, una sorta di consiglio di amministrazione di tutto il sistema criminale. A questo grado accedono i capi delle famiglie che per numero di affiliati, forza di fuoco, alleanze e protezioni anche politiche, sono in grado di condizionare sul piano pratico la vita della ‘ndrangheta non solo nella loro zona e nella provincia, ma ovunque l’organizzazione sia presente, quindi, anche all’estero.

Pantaleone Sergi, La “Santa” violenta, Storie di ‘ndrangheta e di ferocia, di faide, di sequestri, di vittime innocenti, Edizioni Periferia, Cosenza, 1991, pagg. 61-62.

Un’ulteriore figura tipica della ‘ndrangheta è quella della “sorella d’omertà” che è affidata ad una donna, la quale ha il compito di dare assistenza ai latitanti. Ma il ruolo delle donne nella mafia calabrese non si limita a questo. Né è un fatto nuovo. A Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, sul finire dell’Ottocento, le donne erano ammesse nell’organizzazione. Scrivono i giudici: “Vestite da uomini, prendevano parte alla perpetrazione de’ furti ed altri reati” . Oggi, le donne, come hanno accertato le più recenti indagini sulle principali cosche calabresi vigilano sull’andamento delle estorsioni, riscuotono le tangenti, sono intestatarie di beni appartenenti al sodalizio e curano i rapporti con i latitanti e con l’esterno del carcere. www.nicaso.com

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beppebraidaPremetto di non essere un Berlusconiano e condanno ugualmente l’atto assurdo, ma che Emilio Fede, mentre recita il “Pater Berluscon” nel tg4, mi parli di atto di terrorismo, perdonatemi ma mi viene da ridere !! Ricordate Braida, comico di Zelig , che recitava “attentato, attentato” ? Ebbene questo poveraccio che sta in cura alla salute mentale da dieci anni, non lo si può certo definire un terrorista !! Io paradossalmente vorrei augurarmi che i veri terroristi adottino questi nuovi metodi, il lancio dei souvenir o delle scarpe invece di imbottirsi di esplosivo. Non vi nascondo che vedere il volto insanguinato di una “persona” mi ha fatto tristezza ma vi garantisco anche che a farmi tristezza è la malattia mentale dell’attentatore che più di sbatterlo in cella andrebbe curato e seguito in modo migliore. Poi, come se non bastasse la lingua di E.Fede, ci si sono aggiunti anche i titoli di prima pagina, di grandi testate, ”Attentato a Berlusconi” vi riporto alcune reazioni politiche, fatte secondo il mio modesto pensiero senza ne sapere e ne tener conto che il “pericolosissimo attentatore terrorista assassino” in realtà è una persona “MALATA”. (Roberto Diiorio)

BOSSI

‘’Quello che hanno fatto a Berlusconi e’ un atto di terrorismo’’: lo ha detto all’ANSA il ministro Umberto Bossi.

CAPEZZONE
“Ho purtroppo assistito allibito, come tanti cittadini, all`indegna aggressione subita dal Presidente Berlusconi”. Lo dichiara in una nota Daniele Capezzone, portavoce del Pdl.
“I seminatori di odio – aggiunge – fanno scuola. Quanti, dai giornali, nella politica e dalle tv, hanno per mesi diffuso livore e negatività contro il premier dovrebbero interrogarsi sulle conseguenze delle loro parole e del loro incitamento a fare di Berlusconi il bersaglio di violenze come quella di stasera. In tanti dovrebbero vergognarsi e scusarsi con Berlusconi e con gli italiani”.

CASINI

“La violenza anche in politica è intollerabile e lo è tanto di più quando sono in corso manifestazioni pacifiche. Berlusconi ha la nostra solidarietà senza se e senza ma”. Lo ha detto il leader Udc, Pier Ferdinando Casini.

ENRICO LETTA
“È da stigmatizzare il gesto violento di cui è stato oggetto il presidente del Consiglio e riteniamo assolutamente disdicevole e grave queste forme anche violente di contestazione”. Lo dichiara il vice segretario del Pd, Enrico Letta.

DI PIETRO
“Io non voglio che ci si mai violenza, ma Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefraghismo istiga alla violenza”. Antonio Di Pietro commenta così all’ADNKRONOS quanto accaduto a Milano dove il presidente del Consiglio è stato aggredito da un contestatore.
“Io -aggiunge il leader dell’Idv- condivido le rimostranze dei cittadini che ogni giorno vedono un premier che tiene bloccato il Parlamento per fare leggi che servono a lui e soltanto a lui, mentre milioni di cittadini perdono il lavoro e faticano ad arrivare a fine mese”.

BERSANI
“Un gesto inqualificabile che va fermamente condannato”. Così il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha commentato l’episodio di violenza di cui è stato vittima il presidente del Consiglio a Milano.

I GIOVANI DEL PDL

Dicono tutti di essere scioccati i testimoni dell’aggressione a Silvio Berlusconi oggi in Piazza Duomo, a fianco del palco allestito dietro al Duomo per la manifestazione di tesseramento del Pdl.

Il premier stava, infatti, salutando alcuni dei simpatizzanti dando loro la mano quando lo hanno visto accasciarsi. Con lui si trovava Marco Bessetti, un giovane del Pdl, che ha visto il premier ‘’tirarsi indietro’’. ‘’Sono scioccato, e’ allucinante – ha detto – perche’ non solo ho sentito il ‘toc’ forte ma l’ho visto accasciarsi’’.

Il giovane non ha visto l’aggressore, ma altri che si trovavano al di la’ delle transenne l’hanno visto e descrivono una persona sui 40 anni con un piumino beige e che e’ stato subito fermato.

‘’Tutta colpa di Di Pietro’’, ‘’la galera a Di Pietro’’ sono alcuni dei commenti della gente’’.

NAPOLITANO

“Esprimo la più ferma condanna del grave e inconsulto gesto di aggressione nei confronti del presidente del Consiglio – al quale va la mia personale solidarietà – e il più netto, rinnovato appello perchè ogni contrasto politico e istituzionale sia ricondotto entro limiti di responsabile autocontrollo e di civile confronto, prevenendo e stroncando ogni impulso e spirale di violenza”. Lo ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo l’aggressione a Milano del premier, Silvio Berlusconi.

STAMPA ESTERA

Le foto e il video dell’aggressione a Berlusconi a Milano stanno facendo il giro del mondo e alcuni giornali stranieri danno ampio risalto all’episodio.
“Berlusconi ferito a sangue in un attacco”, titola la Bbc nell’apertura dell’edizione on line. La notizia è in primo piano anche su “Le Figaro” che però usa toni più pacati e titola “Berlusconi leggermente ferito da un manifestante”. Lo spagnolo El Mundo apre il sito web con il video dell’aggressione e titola “Berlusconi colpito dopo un comizio a Milano”. La “FoxNews” di Murdoch dedica una breaking news all’episodio: “Berlusconi riceve un colpo…letteralmente” mentre la Abc rileva la “faccia sanguinante” del premier italiano.

LA RUSSA
“Ho corso con gli agenti di polizia per allontanare l’aggressore, che rischiava un possibile linciaggio”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, che intervistato al TG1 ha condannato “il clima di odio” di questi giorni. “Se non ci si ferma con la violenza verbale saranno guai”, ha detto La Russa, ricordando che “è già capitato” che poi qualcuno passi all’aggressione fisica.
Berlusconi, ha aggiunto il ministro, “è stato aggredito dopo un discorso nel quale è stato moderato come non mai”.

BONDI
“Al TG5, invece di esprimere la sua solidarietà, il signor Di Pietro ha detto delle cose infami degne di lui”. Lo afferma il coordinato del PdL e ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi. “Spero – aggiunge – che tutti prendano le distanze da questo losco personaggio che neppure in queste ore sa tenere a freno la sua malvagità”.

FASSINO
“Nessuna ragione politica può giustificare un’aggressione personale, che dunque va condannata nel modo più netto”. Lo afferma l’ex segrataruo dei Ds Piero Fassino. “Occorre – sottolinea l’esponente del Pd – che la vita politica non sia inquinata dalla violenza, ed è responsabilità sia di chi sta in maggioranza sia di chi sta all opposizione impegnarsi per abbassare la temperatura e per restituire alla politica e alle sue idee civiltà e rispetto”.

BINDI
“Al Presidente Berlusconi la mia personale solidarietà e quella del Pd per l’aggressione subita questa sera al termine del suo discorso a Milano. Il Pd rifiuta e condanna ogni forma di violenza, anche politica, e resta fermamente ancorato ai valori delle libertà costituzionali”. Lo dichiara Rosy Bindi, presidente dell’Assemblea nazionale del Pd.


SCHIFANI

“Esprimo la mia solidarietà personale per questo vile gesto ritengo che sia giunto il momento che la politica si interroghi a 360 gradi. Occorre fare il punto sul linguaggio adoperato dalla politica in questi ultimi giorni, il clima di tensione che mette a rischio la pacifica convivenza del paese”. È il commento del presidente del Senato, Renato Schifani, al Tg1, all’aggressione al premier Berlusconi a Milano.
“Berlusconi – ha proseguito Schifani – ha vinto le elezioni ha diritto di guidare il paese, può essere contestato ma quando si compiono gesti del genere è compito di tutte le forze politiche di maggioranza e opposizione di interrogarsi e di fermarsi nella logica di un confronto che deve basarsi sui progetti e sulle idee e non sulle accuse personali sull’attacco personale e addirittura minare l’incolumità fisica di un alta carica dello Stato. Dobbiamo riflettere attentamente e questo va fatto bene, presto e in fretta”.
FINI

“Solidarietà doverosa e condanna di un gesto di violenza che non può e non deve in alcun modo nè minimizzato nè giustificato”. Lo ha detto al Tg1 il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che ha aggiunto: “il contrasto anche aspro non può legittimare o giustificare quanto avvenuto. È veramente un brutto giorno per l’Italia e c’è il dovere di tutte le forze politiche, e lo sottolineo perchè mi sembra ci sia stata qualche dichiarazione francamente inaccettabile, di fare fronte comune perchè l’Italia non riviva gli anni della violenza; chi ha 50 anni si ricorda quegli anni, che non devono tornare”.


CARFAGNA

“La vile e ingiustificabile aggressione al Presidente del Consiglio è il frutto di un clima torbido e delle parole avvelenate sentite nelle scorse settimane, sfociate addirittura in una manifestazione ‘contra personam’, frequentata da poca gente, ma osannata da commentatori e presunti intellettuali”. Lo afferm ail ministro per le pari opportunità Mara carfagna. “L’impressione – dichiara – è che l’opposizione, debolissima ed egemonizzata da quell’Antonio Di Pietro che ancora oggi non si vergogna di scherzare col fuoco e, di fatto, porta fuori il suo partito da quell’insieme di regole democratiche condivise fatte di confronto duro ma corretto, stia facendo come negli anni Settanta, quando il Pci, per non dovere affrontare la propria base, chiuse un occhio e cullò al suo interno quelli che sarebbero diventati terroristi assassini”. “Auspico – conclude la Carfagna – che gli esponenti del Pd, specie quelli scesi in piazza al cosiddetto No Cav Day, chiedano scusa al presidente Berlusconi e ritornino sulla strada delle regole democratiche”.

CICCHITTO

“Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi; essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati. Vedremo se verrà confermata la linea di alcuni esponenti politici di fare con questo figuro addirittura un ridicolo Cln”. Lo dice Fabrizio Cicchitto, presidente dei deputati del PdL, che aggiunge: “Con Di Pietro al massimo si possono fare le brigate rosse e le brigate nere che hanno caratterizzato i momenti peggiori della vita politica italiana. In effetti se ci fosse un minimo di razionalità politica intorno a lui bisognerebbe fare un autentico cordone sanitario”.

VATICANO
“È un fatto molto grave e preoccupante, che manifesta il rischio reale che dalla violenza delle parole si passi alla violenza nei fatti”. Lo afferma il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi. “Ogni violenza – aggiunge – va fermamente condannata senza incertezze da tutte le parti politiche e dalle diverse componenti della società.
Al Presidente Berlusconi, così irresponsabilmente colpito, va la nostra doverosa solidarietà”.

(quotidianonet.ilsole24ore)

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CrocsGli economisti, nonostante gli infiniti sforzi di ricondurre a schemi razionali i comportamenti dei consumatori, vengono ripagati con comportamenti sempre più spesso imprevedibili e inaspettati.

Tra i molti casi di successo quello di cui si parla in quest’articolo riguarda gli zoccoli Crocs, la cui storia inizia nel 2002 quando i fondatori della società (tutti e tre residenti nel colorado) decidono di sviluppare e commercializzare un innovativo tipo di calzatura, chiamata appunto Crocs.

Inizialmente concepite come calzatura da barca  e per attività all’aperto, diventano subito un vero e proprio fenomeno e vengono universalmente accettate come scarpa per ogni occasione, comoda e alla moda.

Il fenomeno Crocs conosce la sua espansione nel Bel Paese nell’estate 2007.

Che cosa allora ha spinto i consumatori verso questi prodotti? Come spesso succede oggi, il loro successo è nato innanzitutto attraverso il passaparola, strumento che internet sa sviluppare meglio di qualunque altro mezzo. Sono nati infatti spontaneamente in rete tanti forum, blog e siti per parlare di questi zoccoli.

Inoltre, la prima azienda che ha dato il via al fenomeno – quella che ha creato le Crocs – ha saputo gestire con efficacia gli strumenti di marketing a disposizione.

All”inizio ha limitato la disponibilità dei prodotti per i consumatori. Cioè ha creato l”immagine di qualcosa di prezioso e difficile da ottenere. E ha rafforzato questo concetto facendolo indossare in pubblico da attori famosi; il successo così è arrivato, tanto che oggi anche gli zoccoli delle decine di aziende che hanno imitato il prodotto originale sono comunque chiamati Crocs, che è diventato il nome dell”intera categoria merceologica.

Soprattutto però l”azienda delle Crocs ha saputo dare a tali prodotti un”identità di tipo ludico che rappresenta la vera chiave del loro successo. Ha scelto un nome accattivante e vagamente infantile ed è anche un diminutivo di Crocodiles, animali aggressivi ma resi simpatici nell”immaginario collettivo da numerosi film d”animazione. Coerentemente a ciò, l”azienda ha scelto anche un marchio circolare dal quale sbuca il volto di un coccodrillo antropomorfizzato e sorridente.
Ma sono principalmente le caratteristiche specifiche del prodotto ad attribuire a quest”ultimo una natura ludica e divertente: gli oltre 20 colori, la maggior parte dei quali originali e improbabili, l”impiego della plastica (lo stesso materiale con cui sono fatti i giocattoli) e la forma goffa e buffa.
Esiste infine un”altra ragione in grado di spiegare il successo ottenuto dalle Crocs: la possibilità di personalizzazione. Mediante infatti le Jibbitz – delle spillette di varie forme (fiori, animali, cuori, ecc.) che si mettono nei diversi fori – il consumatore può rendere un prodotto che è seriale e standardizzato qualcosa che è soltanto suo. Può dunque anche in questo modo continuare a divertirsi con il prodotto.

Un caso come questo testimonia come un uso “efficacemente creativo” degli strumenti del  marketing mix contribuisca al successo di un prodotto. Le Crocs sono riconosciute come scarpe comode, economiche, simpatiche, divertenti, antiscivolo; le Crocs vengono vendute con prezzi da 28 a 50€, un prodotto di massa, personalizzabile con le jibbitz quindi differenziabile secondo i gusti e le preferenze del consumatore. La promozione del prodotto è stata implementata efficientemente consentendo un passaparola sui vari social network, forum e blog. La vendita capillare è garantita attraverso il sito internet e attraverso numerosi punti vendita in tutto il mondo.

(tratto ed adattato da MARK UP)

Di Maurizio Trezza.

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Nella classifica stilata dal gruppo di Climatologia storica dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr sugli anni più caldi in Italia dal 1800 ad oggi, le prime venti posizioni sono tutte occupate da anni che vanno dal 1980 al 2009, dichiarato “anno del clima” che, sarà per questo, occupa una dignitosa quinta posizione. Il 2009 è anche l’anno della COP 15, la XV Conferenza ONU sul Clima che si svolge proprio in questi giorni, dal 7 al 18 Dicembre, a Copenhagen. Al maxi-vertice partecipano 193 paesi con 15.000 delegati e 110 capi di Stato e di Governo, molti dei quali arriveranno solo negli ultimi giorni quando si passerà dalle discussioni alle decisioni, con il compito di negoziare un nuovo trattato per impegnare l’intera comunità internazionale ad assumere misure in grado di fermare il riscaldamento globale. L’accordo dovrà superare e sostituire il Protocollo di Kyoto entrato in vigore nel febbraio 2005 nel quale ogni Paese firmatario si impegnava a ridurre le proprie emissioni di una certa quota rispetto ai valori del 1990. Questa volta però, a differenza del precedente accordo, i patti sono molto più vincolanti e gli anni previsti per la loro realizzazione aumentano, si parla infatti del 2020 e in alcuni casi del 2050. Queste le parole del segretario generale della Convenzione Yvo de Boer nel discorso di apertura: “Il tempo è scaduto, è arrivato il momento di unirci.[…] Abbiamo sei giorni per definire l’accordo prima che arrivino i ministri e poi solo una manciata di ore prima dell’arrivo dei capi di Stato. Il tempo è finito. E’ ora di essere uniti, di trasformare gli accordi in azioni reali e pensare ai milioni di bambini nel mondo”.

Già in altri due momenti il 2009 si era distinto per le attenzioni dei Grandi della Terra verso l’ambiente, la prima è stata il G8 di L’Aquila dove, se pur formalmente, si è fissato l’impegno a mantenere entro i due gradi l’aumento della temperatura media globale, mentre l’altra è stata l’Assemblea Generale dell’ONU dello scorso 22 settembre nella quale il Presidente USA Barack Obama aveva sottolineato l’importanza delle decisioni di oggi per le generazioni future. Ma il vertice danese in corso segna la tappa più importante di questi anni in ambito economico-ambientale per l’ampia partecipazione che ha registrato e per i temi che saranno affrontati. Dei 193 Paesi che partecipano al summit la maggior parte sono paesi di piccole dimensioni o in via di sviluppo e sono questi ultimi i più riluttanti a politiche di tipo ambientalista in quanto, considerandosi non colpevoli della “febbre” del Pianeta, rivendicano la possibilità di una crescita economica senza gli ostacoli che limitazioni all’inquinamento potrebbero comportare. In particolare essi accusano, non a torto, i paesi industrializzati, di essere cresciuti economicamente a discapito dell’ambiente con incredibili costi attraverso l’inquinamento della Terra, e reclamano ora le stesse possibilità di crescita. Ma, già prima dell’apertura della Conferenza, il ministro per l’Ambiente indiano, Jairam Ramesh, ha dichiarato che India, Cina e Brasile hanno raggiunto un accordo di massima per operare insieme nel negoziato sui tagli alle emissioni di CO2 durante il vertice, inoltre il Sudafrica ha espresso la disponibilità a rallentare del 34% entro il 2020 e del 42% entro il 2025 la crescita delle emissioni dei gas serra, a condizione che ciò avvenga nel quadro di un accordo internazionale e di aiuti finanziari da parte dei paesi più sviluppati.

Le questioni che saranno affrontate durante queste due settimane possono essere distinte sommariamente in:

  • riduzione della quota di CO2 dei singoli Paesi. Si parla, almeno nelle intenzioni, di un taglio dell’80% di anidride carbonica entro il 2050. Per risolvere il disappunto dei paesi in via di sviluppo si potrebbe optare ad una riduzione di CO2 pro-capite (in rapporto alla popolazione) o ad accordi bilaterali.
  • contributo dei paesi in via di sviluppo al ruolo delle tecnologie. Si tratta della disponibilità di questi paesi nell’utilizzare strumenti tecnologici per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica emessa ed è previsto in questo senso anche lo sviluppo di nuove tecnologie.
  • cooperazione internazionale e investimenti pubblici. Riguarda la collaborazione fondamentale per  permettere che le tecnologie vengano distribuite in tutti i paesi che ne hanno bisogno, anche tramite il ricorso a investimenti.

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha sottolineato la necessità di “non perdere tempo, perché tutti i governi del mondo sono d’accordo sul fatto che la temperatura media del pianeta non deve aumentare di oltre due gradi”. Ha inoltre precisato: ”sono molto ottimista su Copenhagen, raggiungeremo un accordo che sarà sottoscritto da tutti i paesi dell’Onu e che sarà storico – aggiungendo di ritenere che – tutti i capi di Stato e di Governo sono d’accordo sull’obiettivo di combattere il riscaldamento del clima”.  Aria fresca a Copenhagen.

calunniaIn Sicilia si chiama “mascariamento” lo sporcare qualcuno nell’onore e nella moralità. Mascariare qualcuno è l’equivalente italiano di calunniare ma in senso più forte, cioè attraverso legalità. Ripropongo un mio scritto del 1987 intitolato “La Legge dell’ira e il destino dell’Italia”, che mi costò un mare di insulti da parte di coloro che sostenevano l’operato della sinistra politica che sette anni prima aveva creato la legge sul pentitismo, sulla quale meditai per anni prima di pronunciarmi in merito.

Oggi che il “mascariamento” si affaccia nel mondo politico come neologismo della commistione fra mafia e politica, ripropongo quello scritto, dato che il decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625 (Gazzetta Ufficiale, 17 dicembre 1979, n. 342): “Misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica”, convertito poi nella legge 6 lebbraio 1980, n. 15 – Gazzetta Ufficiale, 7 febbraio 1980, n. 37) non è altro che il fondamento legale del “mascariamento”.

In quello scritto mi appellavo alla fermezza interiore per sostenere che l’etica di una legge che incita al tradimento rimane sempre e comunque l’etica di una legge che incita al tradimento. Ed intendevo dire che ciò su cui occorreva concentrare l’attenzione non era tanto l’aspetto formale della “legalità” (che per quanto ne sia la parvenza, non conferisce legittimità alcuna al tradire) del ricorso al “pentitismo”, ma il retroscena interiore che incoscientemente muove il legislatore verso una direzione colludente con il subumano. Direzione estranea alla tradizione occidentale del diritto, ma non estranea all’attività interiore violante ogni logica: in quanto dilaniata da mille contraddizioni (Violante appunto creò quella legge, e mai un cognome fu così azzeccato).
La suddetta legge è rimasta così l’immagine speculare dell’odierna dodi&c, acrostico da me creato per caratterizzare il Corporativismo Dove Ogni Deficiente Impera), in cui si riflette il destino di un intero popolo, luminoso quanto al passato ed alle potenzialità inespresse, ma ancora oscuro in quel lato di sé dove l’Italia ha il privilegio di incontrare quel limite, sconosciuto ad altri, da sempre sollecitante le prove di fedeltà, fraternità e perdono come momento trascendente gli interessi di ogni partitocratico gregarismo. La funzione del diritto non dovrebbe forse essere quella di conciliare i contrasti, con la sua certezza pacificare gli animi, anziché produrre continue divisioni, paure ed odio?

La Legge dell’ira e il destino dell’italia
(cfr. “Graal, Rivista di Scienza dello Spirito”, Anno IV, num. 15, settembre 1986)

“La legge produce l’ira; dove non vi è legge, non vi è neppure violazione” (Romani 4, 15).
Questa affermazione di Paolo di Tarso non e un esortazione all’anarchia, ma un personalissimo paradosso.

Poste certe proporzioni concettuali, inevitabili debbono essere le conclusioni: Paolo indossa le forme del sillogismo, ed esasperandone la natura, perviene al paradosso come ad una immagine-forza che costringe la logica, inaspettatamente, alla resa. Battuta dalle sue stesse armi, la logica si arrende allora alla immaginativa morale ispirata da una intelligenza libera dalla causalità propria al mondo sensibile, e cade nel suo nulla, senza urto, contrapposizione o qualsivoglia violenza.
Il sillogismo, nel passo citato della Epistola ai Romani, consiste nel postulare che in assenza della legge non può verificarsi trasgressione, e quindi neppure il castigo e l’ira che di quella sono l’immediata conseguenza.
La semplicità paradossale di questa affermazione mira a dimostrare la possibilità della libertà umana di scegliere, ancor prima che la legge ad essa lo imponga, il proprio destino nella fedeltà (pistis). Fedeltà alla libera scelta e libertà nella fede, consentono di liberare il destino dalla necessità della legge, onde a questa non resta che il compito di negare il “male”: quella trasgressione così indissolubilmente legata alla logica normativa che la vieta ma che, suo malgrado, opera per il “bene”: per ricordare alle istituzioni il primato della fedeltà da cui esse traggono origine e senso.
La legge, e la trasgressione da essa implicitamente provocata, mostrano all’uomo un limite, la cui consapevolezza dovrebbe muovere il giudice e il giudicato verso quella compassione che è l’unico correttivo al male comune.
Quando è invece la logica ad improntare la legge, sia nel momento formativo che in quello esecutivo, questa finisce con l’imporsi con la troppo facile autorità che deriva dal prevalere in essa dell’ovvio ed implacabile giudizio tratto dal mondo dei sensi: dalla elementare dimostrabilità di questo di contro all’indifesa e invisibile essenza umana.
La fedeltà alla più intima essenza umana – che non appartiene al mondo, ma al ben più vasto dominio che consente all’uomo di pensare, sentire e volere oltre la natura stessa – è allora tradita, comprata dal soldo del mondo dove la regola della quantità ha buon gioco sulla incommensurabile qualità.
Legge e logica esauriscono dunque la loro funzione pertinente alla sfera sensibile dell’esistenza: la libertà e l’amore irrompono ed illuminano il rinnovato intelletto, l’unico che possa occuparsi della custodia e della vita del pensare, cioè della più intima essenza dell’uomo.
Il popolo incominci a vigilare!
Vigilare significa volere restituire ai fatti, alla tecnica, alla giurisprudenza, ad ogni prodotto dell’intelligenza ormai preda del magnetismo tellurico, l’immagine e l’idea di cui sono stati privati, onde poterli riconnettere con l’organo dell’intelligenza solare che, rischiarandoli di nuova luce, ne dispone la soluzione e l’uso secondo la riconquistata misura umana.
Il subumano aborre l’umano, perciò tenta di ipnotizzarlo mediante il mito astratto ed impersonale del diritto e della logica. La paura che esso ispira all’uomo è tale da fargli preferire di adeguarsi e soggiacere a questa mitologia, come ad una autorità che benevolmente conceda l’esenzione da impegnative responsabilità individuali. Un’autorità simile a quella preferita dai maiali di Indra alla possibilità di tornare uomini offerta dal dio.
La via da seguire è quella di liberare la legge dalla fatale necessità in cui la costringe il suo essere scritta con plumbei ed immutabili caratteri, di restituirla alla vita immaginativa in cui possa respirare come legge non-scritta e come tale possa essere assunta dalla più alta responsabilità della coscienza individuale. Questa, nella fortuna e nella sventura, affidandosi alla forza che tutto sostiene, alla sovranità dell’Io, riconosce la legge come il limite da trasformare, come l’istanza ad incontrare, intrepidamente, senza cedimenti, quanto incede dall’esistenza, così da ripristinare l’originaria gerarchia tra norma interiore e norma esteriore e vanificare l’immutabilità del precetto e l’inevitabilità della violazione.
Come nel corpo umano gli organi del ricambio o quelli della vista rispondono ad una precisa funzionalità, come il sonno succede alla veglia per temperarne le fatiche, e come la natura esplica invariabilmente ed insensibilmente le sue necessità, così diritto e logica assolvono ad una funzione fisiologica indispensabile per la conduzione dell’esistenza ordinaria e per l’edificazione della vita sociale.
La possibilità di trascendere il livello fisiologico inerente all’assetto giuridico, riguarda il grado di moralità di un popolo e delle sue guide: la sua capacità di elevarsi, attraverso fedeltà ai principi che ne hanno informato l’immagine sovrasensibile, all’interpretazione dei reati che turbano la “logica” degli ordinamenti come simboliche istanze alla guarigione di mali antichi e dimenticati.
Il fatto che quel livello sia oggi frequentemente superato in basso dipende dalla serie infinita di tradimenti – questi sì veri reati – perpetrati dai popoli e dalle guide ad essi preposte. Attraverso il tradimento, il subumano ha modo di espropriare la legge e di servirsi della logica degradata a razionalità istintiva, come di altrettanti, terribili strumenti di vendetta e ritorsione contro coloro che, incarnando l’errore, loro malgrado indicano la via della salvezza.
Il subumano ha buon gioco nell’unire in basso gli uomini, nel renderli “massa” compatta contro chi è accusato – a torto o a ragione, non importa – di insidiare la saldezza di questa complicità ed i vantaggi che ne derivano.
Pertanto, dovunque tale infera forza si è organizzata, manovrando all’unisono le istintivita collettive, mobilitando le infinite risorse della ragione sempre pronta a giudicare e a reclamare sangue riparatore, nel grembo della memoria del mondo sono state deposte le spoglie degli innumerevoli condannati senza appello: da Giordano Bruno a Giovanni Gentile, dalle vittime dei tribunali parigini del Terrore, a quelle profanate sul luogo stesso del loro martirio.
Questi citati sono solamente alcuni esemplari vertici – il più grande, Gesù di Nazaret, crocifisso anch’egli in nome della Logica del Diritto – prodotti dall’umano, decaduto oltre la soglia inferiore, e poi faticosamente risollevatosi proprio in virtù di tali immolazioni.
Ma in Italia, patria di spiritualità e contraddizione, mascherate dalla ragion di Stato e da una troppo proclamata emergenza, degenerazioni legislative si sono già abbastanza inclinare verso l’angolo più buio di quella soglia. A confortare questa triste impressione si posero, da una parte, l’indifferenza generale – sintomo forse più degradabile dell’odio – e, dall’altra, quel certo prefichismo sadduceo che col clamore della sua enfasi protestataria distrae l’attenzione dalla vera realtà della posta in gioco.
Non mi riferisco tanto alla pena di morte che l’America chiede all’Europa (e dunque anche all’Italia) di reintrodurre nelle Costituzioni per i sospetti di terrorismo, cosa che non è ancora avvenuta, bensì a qualcosa che è già avvenuto e cioè a quanto emerge dalla meditazione obiettiva sul testo del Decreto-Legge 15 dicembre 1979, n. 625 (Gazzetta Ufficiale, 17 dicembre 1979, n. 342): “Misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica”, successivamente convertito in Legge (6 febbraio 1980, n. 15 – Gazzetta Ufficiale, 7 febbraio 1980, n. 37) con alcune modifiche più formali che sostanziali.
Al di là degli isolati rilievi lodevolmente mossi a questa Legge dagli stessi esperti (vedi a proposito della carcerazione preventiva, F. Cordero, Procedura penale, Milano 1985, p. 130 e segg.) e dell’esito favorevole di alcune sentenze processuali in parte emendanti la medesima, quel che deve concentrare l’attenzione non è tanto la legalità o meno del ricorso al “pentitismo”, alla carcerazione preventiva (o alle altre misure indicate dalla Legge come strumenti di lotta alla mafia e al terrorismo), ma il retroscena interiore che ha incoscientemente mosso il legislatore verso una direzione colludente con il subumano, estranea alla tradizione occidentale del Diritto, ma – a quanto purtroppo pare – non alla giovane anima italiana, dilaniata dalle mille contraddizioni, proprie ad un essere ancora in formazione e alla ricerca di una identità: identità che l’Italia riconosce ed incontra nella fedeltà al compito sovrasensibile assegnatole dalla sua realtà sensibile, quale scaturisce dall’osservazione della composita natura geografica ed etnica, dalla sua persino evidente conformazione di spina dorsale d’Europa, dall’ineguagliabile ma sofferto passato.
La suddetta Legge significa per l’Italia quel che per il singolo essere umano significano per es., il trapianto d’organi, la conseguente predazione degli stessi, la manipolazione genetica, e così via: la minaccia che la vita immateriale non possa pervenire a plasmare con la regolarità che le è propria, l’interna unità, l’armonia delle funzioni, la personalità creativa dell’individuo.
È illusorio, inoltre, voler sopraffare il “male” mediante la repressione di quelle forze vitali – sempre presenti in un evento patologico – che il male stesso sollecita per la propria guarigione; è come tentare di guarire un organismo malato mediante la violenza indiscriminata di un inopportuno trattamento chemioterapico o radiologico, spesso destinato ad accelerare il processo di degenerazione.
La Legge sul pentitismo è un immagine speculare – una sorta di ritratto di Dorian Gray – della nostra Italietta odierna, in cui si riflette il destino di un intero popolo, luminoso quanto al passato ed alle potenzialità inespresse, ma ancora oscuro in quel lato di sé dove l’Italia ha il privilegio di incontrare quel limite, sconosciuto ad altri, da sempre sollecitante le prove della fedeltà, della fraternità civile, del perdono come momento trascendente gli interessi della fazione, del partito, della famiglia.
Tale legge sancisce dunque uno stato di fatto, decreta con la sua logica quello che l’uomo può però superare in forza di amore, ma tradisce la sua naturale funzione e ispessisce la già cospicua consistenza del limite sopra accennato, con il minacciare pene più aspre di quelle già previste dal Codice per gli stessi reati (art. 1 del Decreto) – quasi il suo fine fosse la vendetta e non la giustizia -, con il sedurre il ” concorrente ” (vedi art. 4-5) promettendogli parziale immunità qualora “aiuti le autorità nella raccolta di prove decisive per l’individuazione o la cattura dei concorrenti”, con l’infierire sull’innocente – ché è tale fino a quando non se ne sia dimostrata la responsabilità – violandone la libertà mediante l’umiliazione del fermo, della perquisizione, della carcerazione preventiva (art. 6 e sgg.).
Se il legislatore si proponeva, come è lecito supporre, di rafforzare la fedeltà alle istituzioni, di promuovere la pacificazione sociale, di tutelare la libertà, il risultato, e le conseguenze oggi ben visibili, provano il contrario (il caso Tortora ne è solo un esempio).
In sostanza la Legge 6 febbraio 1980 si presenta come un male peggiore di quello che intende curare: la fedeltà non può essere promossa nella coscienza di un popolo dall’invito al tradimento, né l’idea della libertà dal sospetto indiziario o dalla minaccia di pene più spaventose.
Il Diritto dovrebbe conciliare i contrasti, con la sua certezza pacificare gli animi e non produrre ulteriori divisioni, paure ed odio.
Quando il Diritto viene meno al suo assunto, si invera quanto affermato da Paolo di Tarso: “la legge produce l’ira” se negli uomini non trionfa il primato della fedeltà, che è la più immediata, tangibile, realizzazione dell’amore, l’unica in grado, mediante il sacrificio che essa ispira e l’intelligenza che risveglia, di instaurare la libertà come condizione non fittiziamente politica dell’esistenza, di respingere il subumano entro i confini del suo regno e di elevare l’umano alla dignità che lo attende.
“Le pene che oltrepassano la necessità di conservare il deposito della salute pubblica, sono ingiuste di loro natura; e tanto più giuste sono le pene, quanto più sacra ed inviolabile è la sicurezza e maggiore la libertà che il sovrano conserva ai sudditi”, scriveva Cesare Beccaria (“Dei delitti e delle pene”) amplificando la voce di una genialità tutta italiana che, ancora oggi, guarda al suo popolo come alla promessa dell’instaurarsi, nei campi del sensibile, di quell’afflato celeste riconoscibile nell’essenza più verace ed indialettica della libertà e dell’amore. Se in questa promessa è riposta la particolare natura della missione dell’Italia, la Legge in questione, con l’incoraggiare il (o con il costringere al) tradimento dell’amicizia – che, sebbene nata sullo sdrucciolevole terreno dell’utopia, è pur sempre la più concreta speranza della libertà e dell’amore -, contraddice allora la possibilità di tradurre in realtà l’impegno originario. L’infamia che ne deriva non riguarda che in minima parte i cosidetti “pentiti”, ma coinvolge uomini ed istituzioni nell’identica responsabilità di volersi sottrarre a quanto deciso nel decorso della storia individuale e nazionale: decisione che sottende alla scelta, prenatalmente compiuta, di misurarsi con le prove e il destino di questa Nazione, sacrificalmente concepita, secondo l’intento dei Padri, per la nascita sulla Terra della cittadinanza dell’immateriale, cui attengono le forme universali della libertà e dell’amore non conoscenti le tradizionali limitazioni di stirpe, fazione o razza, il cui ethos una volta legittimamente testimoniava il divino ed oggi lo contrasta, volendo ora il divino donarsi, dalla sua cosmicità, nella libera cittadinanza dell’uomo nel mondo.
La missione dell’Italia è quella di realizzare l’unità dalla divisione, l’universale dal molteplice, e non stupisce quindi che proprio qui, e non altrove, siano mobilitate tutte le forze, legali o clandestine, a contrastare tale disegno.
Da sempre il subumano, approfittando della congenita inerzia umana ad affidarsi alla sicurezza della promiscuità del sangue, al suo passato pilotante per essa pensieri e moralità già fatti, riguarda come ad uno scandalo ciò che è nuovo dall’essenza e che urge come libertà e amore per incarnarsi, quale novus ordo oltre ogni antico ordinamento.
Il progetto alessandrino di ripristinare l’universalità dell’uomo e della cultura dal coacervo di razze e civiltà che componevano quel vasto impero e che, in virtù dell’ispirato magistero aristotelico, mosse lo stesso Alessandro, lui macedone, ad indossare vesti straniere, a sposare la bella Rossane (“Luminosa”, in quella lingua), a presiedere al matrimonio di diecimila macedoni con altrettante donne persiane, suscitò un tale scandalo fra i suoi e nella sua epoca, per tanti versi simile all’attuale, da potersene cogliere immutate le proporzioni nelle vivide pagine di Arriano, Curzio Rufo e Plutarco.piovra-mafia
Lo scandalo di quel progetto, di cui l’Italia si è resa meravigliosa depositaria, ne ostacola ancor oggi l’esecuzione, occultandosi nei poteri leciti ed illeciti, resistendo nelle attizzate invidie di classe, nascondendosi nei buoni sentimenti dissimulanti la caparbia resistenza di tetre omertà.
Eppure, mai come oggi il disegno di Alessandro di restaurare la coscienza dell’uomo nella cosmopolicità che la sua natura esige, può, dalla sfera della mitica idea dov’è stato primieramente concepito, tradursi in realtà.
Perché ciò avvenga il popolo italiano è chiamato oggi al compito di trasporsi dal piano dell’anima – che ha segnato la sua grandezza nel passato e presentemente il travaglio delle sue contraddizioni – a quello dell’Io che, nella ritrovata atarassia dell’anima, conferisca unità, concordia e direzione all’immenso patrimonio di forze, altrimenti destinato a disperdersi nel quotidiano avvicendarsi di nobiltà e miseria, di magnanimità e piccineria, che ne distingue, presso gli altri popoli, il peculiare carattere.
Se l’Italia oggi vive la contraddizione di essere il paese della mafia, del potere contrattato, della latente guerra civile affioranti persino nella sua legislazione, è perché attraverso tali prove essa potrà accedere a quella più alta parte di sé dove tutto questo è già superato e realizzato nella virtuale unificazione di genti tanto diverse, riunite dalla storia sul suo suolo per intendersi attraverso l’universale favella dell’arte e del pensiero, il cui respiro continua ad esaudire l’ansia di spirito di chi inconsciamente guarda al nostro paese come alla speranza ed alla promessa di una individuale catarsi nell’esistenza restituita alla vastità della sua cosmica origine.

camorra2Una mafia sconosciuta
Per inquadrare i Casalesi basta forse un dato: nei confini del loro impero – a ridosso dei comuni di Casal di Principe, Casapesenna e San Cipriano d’Aversa -, in un fazzoletto di 16 chilometri quadrati appena, vivono 50 mila abitanti e 1.200 condannati al 41 bis, il carcere duro. I soggiorni obbligati nemmeno si contano. Questo clan, organizzato come federazione di famiglie rette da una cupola, ha una struttura elastica, moderna, aggressiva, profondamente diversa dalla camorra di città. A partire dai primi anni Ottanta i Casalesi hanno costruito relazioni con i principali gruppi criminali internazionali, cacciato i luogotenenti di Cutolo dalle loro terre ed esportato droga a Palermo con la benedizione di Cosa Nostra affermandosi come soggetto economico di prima grandezza.

I Casalesi sono di gran lunga l’espressione più evoluta del Sistema, una miscela di tradizione contadina e fiuto imprenditoriale: il terziario avanzato della società mafiosa.
Eppure sui quotidiani nazionali è raro trovare traccia di questo formidabile potere che nel Casertano ha stabilito un controllo totale, militare, sulle anime, garantendosi un livello di collusione passiva sconvolgente. Un potere radicato su un territorio a forte vocazione agricola, che conta più di 500 aziende edili e il maggior numero di auto di lusso d’Europa.

La mafia siciliana però non si è accorta subito dei Casalesi. Dice Tommaso Buscetta nel verbale delle prime dichiarazioni rese a Giovanni Falcone, il 16 luglio 1984: “Prima di venire a Palermo nel 1980 ignoravo del tutto dell’esistenza di famiglie mafiose fuori dal territorio siciliano. Appresi delle novità da Stefano Bontade, che non si poteva dare pace del fatto che in Campania fossero stati snaturati in maniera tanto grave i principi ispiratori di Cosa Nostra. Bontade mi disse dell‘esistenza di tre famiglie: una a Napoli, capeggiata da Michele Zaza; una nel paese nativo dei fratelli Nuvoletta, rappresentata dal più anziano di loro tre, Lorenzo Nuvoletta; una terza, di cui non saprei precisare l’ubicazione, capeggiata da Antonio Bardellino”.

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TITOLO- LE MIE ESTERNAZIONI

INDIRIZZO – www.robertodiiorio.blogspot.com

Sono le 8 del mattino del 20 marzo 1986. Voghera è avvolta da una sottile nebbia.
Al carcere di massima sicurezza, quinto reparto, è l`ora della colazione: isolato da porte blindate, controllato da telecamere a circuito chiuso, sorvegliato da 15 guardie divise in cinque turni in continua rotazione, c`è dal 22 ottobre ` 84, da quando l`hanno estradato dagli Stati Uniti, un detenuto speciale: Michele Sindona.
Da due giorni è stato condannato all`ergastolo come mandante dell`omicidio di Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della sua Banca privata italiana, dichiarata fallita il 28 settembre `74.p2

Come tutte le mattine, il caffè e il latte per Sindona vengono messi in thermos sterilizzati e chiusi a chiave in un contenitore di metallo. Ad aprirli sono cinque agenti. È lo stesso finanziere siciliano a miscelare la colazione sulla soglia della cella sotto lo sguardo dei suoi custodi. Sindona porta il caffè alla bocca, voltandosi verso il bagno.

Gli agenti richiudono la porta e lo osservano dallo spioncino. È l`attimo fatale: vedono Sindona prima barcollare, poi stramazzare a terra gridando: « Mi hanno avvelenato… » . Nel caffè c`è cianuro. Sindona morirà dopo un`agonia di 54 ore.
Per i magistrati che analizzeranno il caso, è stato « un suicidio attraverso la simulazione di un omicidio » .
Dai contorni troppo strani, però, per non entrare di diritto tra i tanti misteri d`Italia.

In molti, dai palazzi della politica e dei servizi segreti ai circoli della mafia, dalle logge della Massoneria alle stanze del Vaticano, avevano di che temere da un Sindona che, vistosi condannato e abbandonato, poteva vuotare il sacco per vendicarsi. Trame e veleni riempivano l`Italia. E tanti sospetti: era Sindona a passare le informazioni riservate che venivano puntualmente riportate da « O. P. » di Mino Pecorelli? Il giornalista, piduista con tessera 1750, ucciso a Roma in un agguato il 21 marzo 1979, aveva pubblicato documenti sui finanziamenti di Sindona alla Dc di Giulio Andreotti e la lista di 496 esportatori di valuta, tutti clienti della Finabank, l`istituto di credito ginevrino di Sindona. Ricatti e minacce sullo sfondo di un delitto nel cuore dello Stato, mai ben chiarito: quello di Aldo Moro nel maggio ` 78. E, guarda caso, una morte del tutto bizzarra farà tacere per sempre anche William Aricò, il killer prezzolato che aveva freddato sotto casa Ambrosoli: il gangster morirà cadendo dal muro del carcere di Manhattan mentre tentava un`improbabile evasione.

Estate di sangue e di scirocco quella del ` 79. Non erano passate quarantott`ore dall`omicidio di Ambrosoli che a Roma viene assassinato per mano delle Brigate rosse Antonio Varisco, il comandante del Nucleo traduzioni di Piazzale Clodio, che era in confidenza con Pecorelli. E il 21 luglio viene eliminato il capo della squadra mobile di Palermo, Boris Giuliano, che collaborava con Ambrosoli per dipanare la ragnatela mafiosa che copriva gli affari di Sindona. Ambrosoli era solo, con i suoi pochi ma fedelissimi collaboratori. Se n`era reso conto fin dai primi giorni della sua nomina a commissario liquidatore della Bpi. Minacciato da telefonate anonime, osteggiato dai poteri forti del Palazzo; ad appoggiarlo c`era solo la Banca d`Italia di Paolo Baffi, una solidarietà pagata a caro prezzo dal Governatore, costretto di lì a poco a dimettersi.

Il Corriere della Sera, dove ormai la P2 faceva da padrona, sul delitto Ambrosoli ricamò un ventaglio di ipotesi, quasi scartando quella che pareva la più logica: che il mandante fosse Sindona. Da tempo, per la solidarietà massonica, via Solferino stava dalla sua parte, tanto da scatenare una delirante serie di articoli a tutta pagina siglati C. S. contro chi come Agnelli non aderiva ai piani della loggia e dei suoi affiliati. Sindona, nei giorni dell`omicidio su commissione, era ancora negli Stati Uniti in libertà provvisoria, in attesa della sentenza sul fallimento della Franklin Bank, la sua banca americana finita in rovina per le speculazioni sul dollaro, innescando un disastroso effetto a catena in tutto il suo impero finanziario.
« La vendetta è un piatto che si serve freddo » , aveva minacciato Sindona. A cinque anni quasi dal suo fallimento, Sindona si era di fatto vendicato.

Era scomparso Ambrosoli, l`avvocato che non si era lasciato intimidire e che aveva osato scoperchiargli la Fasco (il crocevia lussemburghese dei raggiri e dei conti fiduciari di Sindona): il suo nemico giurato. Ma Sindona vuole restare impunito. Allora s`inventa uno pseudo rapimento: si eclissa improvvisamente dagli Usa il 2 agosto ` 79 per poi ricomparire il 16 ottobre con una ferita alla coscia sinistra. Due mesi e mezzo in cui fece di tutto e di più per tornare in sella giocando le carte più torbide, in un intreccio terribile di mafia e finanza. Con un passaporto falso intestato a Joseph Bonamico, messogli a disposizione da Cosa Nostra, era sbarcato in Europa. Da Atene era poi arrivato a Palermo. Gli investigatori americani avevano, nel frattempo, ricevuto una lettera contenente una foto di Sindona con appeso al collo un cartello che diceva: « Il giusto processo lo faremo noi » . Cominciava a circolare la voce che fosse stato rapito da un fantomatico « Gruppo eversivo per una giustizia migliore » .

Ma qual era la verità? Il finto sequestro venne gestito dalla mafia siculo americana. Negli Usa il bancarottiere frequentava i Gambino, esponenti di una delle cinque famiglie più potenti di Cosa Nostra. Giunto a Palermo fu aiutato molto dalle cosche nella ricerca di alcuni documenti. In testa il famoso “ tabulato dei 500“, un elenco di nominativi di personaggi italiani che sarebbero ricorsi al suo intervento per esportare illecitamente capitali all`estero. Per rendere credibile il sequestro, chiese a Joseph Miceli Crimi, massone italo americano nonché suo medico personale, una strana prestazione. Dopo essersi sottoposto ad anestesia locale alla gamba sinistra, si fece sparare a bruciapelo. C`era una componente ricattatoria tra le molle che spingevano Sindona alla messinscena, al suo viaggio in Europa e in particolare al suo soggiorno in Sicilia.

Aspirava a diventare l`uomo della saldatura di un fronte reazionario piduista, mafioso, capace di sbarrare il cammino alle forze di rinnovamento. L`odore e la voglia di golpe era connaturata nell`Italia di quei decenni.
Ma per Sindona i tempi stavano cambiando.

Roberto Calvi e l`Ambrosiano l`avevano di fatto soppiantato nei rapporti con lo Ior del Vaticano e con i partiti. La sua stella stava frettolosamente precipitando. Non gli restava che brandire l`arma del ricatto e della minaccia, contro Ambrosoli, contro Enrico Cuccia, contro lo stesso Calvi che non lo volle aiutare. Per mettere a punto il suo piano, il 10 ottobre Sindona va a Vienna. Ma qui deve essere andato storto qualcosa. Una telefonata intercettata avrebbe allertato l`Fbi. Sta di fatto che Sindona si decise a salire sul primo aereo per New York, forse così consigliato da Rosario Gambino che lo accolse all`aeroporto Kennedy. Erano le sue ultime ore di libertà.
Venne condannato a 25 anni dai giudici americani. Fece di tutto per evitare l`estradizione in Italia.
Ma non ce la fece. Intorno a lui c`era terra bruciata.

Era crollato l`Ambrosiano, ma soprattutto era esploso il bubbone marcio della P2. Alla quale pervennero i magistrati indagando proprio sul falso sequestro di Sindona. Lui aveva ormai più nemici che amici. Di lui cominciò a diffidare anche Licio Gelli, il leader della P2, che solo qualche anno prima aveva inviato ai giudici Usa un affidavit pro Sindona assieme a Paolo Spagnuolo, giudice di Cassazione ( piduista, tessera 545), e John Mc Caffery, uomo della Hambros Bank in Italia, vicino all`Opus Dei. Da burattinaio si sentì burattino, quello di cui si erano serviti per eliminare un personaggio scomodo come Ambrosoli. Sindona, piduista in disgrazia, era bruciato. Suicidio od omicidio? Se fosse rimasto in vita avrebbe prima o poi potuto svelare i tanti misteri che la sua morte lasciava irrisolti nell`Italia delle trame e dei servizi segreti deviati. Dove la scia di sangue è costellata di morti, che si legano una con l`altra, in un tragico effetto domino, cadenzate da un`abile regia di depistaggio, utilizzando la manovalanza più disparata: dalla malavita comune alla mafia fino alle Brigate rosse e ai Nar neri.

Quando muore, Sindona ha 65 anni. Era nato il l8 maggio 1920 a Patti in provincia di Messina ( coetaneo di Calvi, con cui entrerà in affari nel ` 70). Fiscalista di successo, negli anni 50 tesse una ragnatela di amicizie importanti anche all`estero, in particolare in Usa: con Jocelyn Hambro; con il presidente della Continental Illinois Bank, David M. Kennedy; con Richard Nixon, avvocato emergente; ma soprattutto con Joe Adonis e Vito Genovese, i due boss mafiosi che gli affidano le più spericolate operazioni per riciclare il denaro sporco del commercio della droga.

Il che non gli impedì di diventare il finanziere di fiducia di Giovanni Battista Montini, il cardinale di Milano che quando diventò Papa Paolo VI gli affidò le cure degli interessi temporali della Chiesa: dai palazzi dell`Immobiliare Roma alle finanze dello Ior, la banca vaticana di Paul Marcinkus, il prelato americano, più carne che spirito, nato a Cicero, sobborgo di Chicago, feudo di Al Capone. Fu appunto con i capitali della Curia che Sindona acquisì anche la Banca privata finanziaria di via Verdi a Milano. Nel ` 71, forte del blitz nella Centrale finanziaria, Sindona lanciava la sfida al “ salotto buono“ ( e laico) di Enrico Cuccia con l`Opa su Bastogi. Venne sconfitto. E da quel giorno la stella di Sindona cominciò a decadere anche se fece in tempo a essere incoronato da Giulio Andreotti come il “ salvatore della lira“. La Centrale passò sotto il controllo della Compendium di Calvi. Sindona tentò un rilancio in Usa acquisendo la Franklin Bank. Ma fu l`ultimo sussulto. La crisi petrolifera mise in crisi il dollaro, la cui caduta affondò la Franklin, fallita nel maggio ` 74.

È l`inizio della fine. Anche in Italia Sindona comincia a tremare. Il ministro del Tesoro Ugo La Malfa blocca l`aumento di capitale di Finambro a 160 miliardi che avrebbe ridato ossigeno a Sindona. Il quale allora gioca l`ultima carta: fonde le sue due banche, Unione e Privata, dando vita alla Bpi, ma l`istituto nasce morto. Inizia la corsa al ritiro dei depositi. Né basta l`aiuto del Banco di Roma che concede un prestito di 100 milioni di dollari, ottenendo in pegno la maggioranza dell`Immobiliare che a sua volta controllava la Ciga. A fine settembre la Bpi viene messa in liquidazione. Comincia il lavoro in solitudine di Ambrosoli, l`eroe borghese del libro di Corrado Stajano. Che smaschera conti paralleli e fiduciari che giravano il mondo da un paradiso fiscale all`altro, tra un carosello di società fantasma e tanti personaggi arroganti e minacciosi. Un lavoro che Ambrosoli stesso a un certo punto capì che avrebbe pagato con la vita.

QUEL FALSO RAPIMENTO CHE SCOPERCHIÒ LE LISTE DI GELLI

Aldo Bernacchi per “Il Sole 24 Ore”

Se ne parlava da tempo, ma i suoi personaggi avevano volti sfumati e imprecisi. Quando la sera del 20 maggio 1981 il Tg Rai annunciò che la presidenza del Consiglio (c`era Arnaldo Forlani a Palazzo Chigi) aveva dato il via libera alla pubblicazione dell`elenco degli appartenenti alla P2, la loggia massonica di Licio Gelli, l`Italia venne attraversata da una scossa violenta.
Si scopriva uno Stato dentro lo Stato, emergeva un Governo parallelo.
Politici, affaristi, ex eredi al trono, manager, giudici, giornalisti, agenti dei servizi segreti, alti ufficiali dell`esercito e dei carabinieri: 962 nomi e cognomi, tutta l`Italia che tramava allora, ma anche mezza Italia che oggi è al potere, se è vero che con tessera 1816 del 26 gennaio 1978 c`era anche Silvio Berlusconi.
A scoperchiare le carte segrete della P2 furono due magistrati, Giuliano Turone e Gherardo Colombo.

Un “ritrovamento“ del tutto fortuito: il loro obiettivo era far luce sullo strano sequestro di Michele Sindona. Strano quel «Gruppo eversivo per una giustizia migliore», che aveva rivendicato il rapimento; strani quegli affidavit a favore di Sindona fatti pervenire al giudice americano che processava il finanziere per bancarotta. Uno di questi era di Licio Gelli: «Nella mia qualità di uomo d`affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. L`odio verso di lui trova origine nel fatto che ha sempre appoggiato la libera impresa in un`Italia democratica». Da tempo correvano voci che da Gelli si riunisse la “crema“ del potere italiano. Il Gran Maestro a Roma viveva in una suite dell`Excelsior.

I giudici che indagano su Sindona scoprono che il rapimento è una messinscena. Che è sempre lui, Sindona, a trattare con Andreotti il salvataggio delle sue banche, a minacciare Enrico Cuccia, a far uccidere Giorgio Ambrosoli con tre colpi di Magnum 357. A ospitare Sindona in Sicilia fu, tra gli altri, Joseph Miceli Crimi, massone, medico italoamericano, specialista in chirurgie plastiche. Fu lui a sparare alla gamba del finanziere per rendere più credibile la tesi dell`agguato. I giudici restano incuriositi da questo personaggio.

Ordinano un sequestro nel suo studio, e tra le carte trovano un biglietto ferroviario Palermo Arezzo dell`estate ` 79. Gli chiedono come mai. «Per andare dal dentista», risponde Crimi. Una motivazione troppo strampalata perché i giudici abbocchino. Messo alle strette, Crimi rivela di esser stato ad Arezzo da un certo Licio Gelli per conto di Sindona. Lo stesso Gelli dell`affidavit, quello di cui si vocifera sia a capo di una loggia, quello che il Corriere della Sera ha intervistato in pompa magna.

I magistrati ordinano il blitz nelle proprietà di Gelli, agli indirizzi trovati in un`agenda di Sindona. La sera del 16 marzo `81 gli agenti perquisiscono la suite romana all`Excelsior; villa Wanda, l`abitazione aretina; e le sedi delle due aziende del “ Venerabile“ a Frosinone e alla Giole di Castiglion Fibocchi. Con l`elenco di tutti gli affiliati, trovano una montagna di documenti sui misteri d`Italia: dal caso Eni Petromin ai rapporti Calvi Bankitalia, all`operazione Rizzoli.

A oltre vent`anni di distanza, dopo processi e inchieste parlamentari, quelli che pagarono furono davvero pochi (ad esempio, Franco Di Bella, tessera 655, si dimise da direttore del Corriere); rare le ammissioni (la più nota, quella di Maurizio Costanzo, tessera 1819); i più fecero finta di niente, come se la P2 fosse solo un club di bontemponi. ( fonte .micciacorta.it)
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