Di Maurizio Trezza.

Il decreto legge sulle intercettazioni è stato approvato dal Senato. La criminalità incassa la fiducia con 164 voti favorevoli e 25 contrari. Il testo dovrà ora tornare, in terza lettura, alla Camera dei Deputati. C’è qualche speranza che le cose si aggiustino? Improbabile, visto che il Presidente del Consiglio, primo beneficiario del decreto, ha già dichiarato che il testo è blindato e non potrà essere modificato, in barba al “vincolo di mandato” previsto dalla Costituzione all’articolo 67. Improbabile inoltre perché si parla già dell’ennesimo ricorso alla fiducia (sarà la 35esima volta in due anni) anche per il voto a Montecitorio. Il decreto più vergognoso degli ultimi 150 anni, peggiore del “Mille proroghe” che conteneva lo scudo fiscale, si prepara a diventare definitivo.

Negli ultimi due anni, da quando la maggioranza ha elevato a valore assoluto la privacy dei cittadini, sono state dette e scritte milioni di parole sugli effetti di questo decreto. La reazione, assolutamente giusta e da me condivisa, di media, giornalisti, scrittori e blogger è stata forte ed unanime ma ha spostato la riflessione su uno solo degli effetti che il decreto avrà. Il fatto che sia passato alle cronache con l’appellativo “legge bavaglio” la dice lunga. Il decreto legge sulle intercettazioni oltre a ledere il diritto di cronaca mina prima di tutto l’azione giudiziaria e principalmente quella investigativa. Le sanzioni previste per gli editori (da 300 mila a 450 mila euro) e quelle per i giornalisti (30 giorni di carcere o fino a 10 mila euro di multa) saranno difficilmente applicabili se non ci sarà nulla da pubblicare. La mobilitazione collettiva e massiccia, dai post-it agli appelli, ha fatto in modo che l’indignazione fosse generale ma insufficiente. Ha spostato la riflessione da quello che, a mio avviso, è il vero obbiettivo di questa trappola.

Stabilito che il diritto di informazione, attiva e passiva, sia alla base del buon funzionamento di qualunque democrazia abbiamo il dovere di pensare ad un’analisi più completa. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alla parte del testo che include misure inaccettabili per uno stato di diritto, a quegli articoli troppo trascurati che sottraggono ai magistrati lo strumento essenziale dell’azione investigativa. Le intercettazioni saranno consentite solo per i reati puniti con più di cinque anni, i telefoni possono essere messi sotto controllo per un massimo di 75 giorni estendibili, di volta in volta, per altri tre giorni qualora tre giudici ne rilevino la necessità. Non sarà più possibile piazzare “cimici” in ambienti chiusi (casa, auto, ecc…), per registrare le conversazioni degli indagati si potranno utilizzare solo microfoni all’aperto e al massimo per tre giorni, prorogabili per altri tre. Le registrazioni carpite di nascosto sono permesse solo a giornalisti professionisti e pubblicisti. Se nei giorni consentiti viene intercettato un membro del clero il pm avrà l”obbligo di avvertire la diocesi, qualora si tratti di un vescovo  bisognerà avvertire la Segreteria di Stato vaticana.

In sostanza, queste sono solo alcune delle conseguenze che si avranno dopo l’approvazione definitiva ma è chiaro che con questo decreto si è voluto limitare di molto il potere di indagine dei magistrati, è evidente che prima di essere una legge che imbavaglia i giornalisti questa è una legge criminogena.

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L’elenco completo dei 2.238 ( 1.377 ex deputati e 861 ex senatori che prendono il vitalizio parlamentare) cui si devono aggiungere le 1.064 reversibilità per un totale di 3.302 .

  • Montecitorio (dati 2006) ha in carico 2005 pensionati (1.377 ex deputati, piu’ le 628 reversibilità erogate a moglie e figli di parlamentari defunti );
  • Il Senato (dati 2006) ha in carico 1297 pensionati ( 861 ex senatori, piu’ le 436 reversibilità erogate a moglie e figli di parlamentari defunti ).

In questo elenco non sono compresi gli oltre mille vitalizi di reversibilità pagati ai familiari di parlamentari scomparsi. L’importo dei compensi di ciascun pensionato è stato calcolato da “L’espresso” utilizzando i coefficienti di calcolo previsti dai regolamenti di Montecitorio e Palazzo Madama, basati sulla durata del mandato parlamentare (Anni contributi 5 da 6 a 10 da 11 a 15 da 16 a 20 oltre 20)

Bastano pochi anni in Parlamento per maturare un vitalizio che vale da 3.000 a 10.000 euro. L’elenco completo dei 2.238 (reversibilità escluse) ovvero 1.377 ex deputati e 861 ex senatori che prendono oggi il vitalizio parlamentare, con il periodo di contribuzione e l’importo dell’assegno (3.302 ex deputati e ex senatori se si calcolano anche i 1.064 vitalizi di reversibilità erogati a moglie e figli di parlamentari defunti).

A seconda degli anni di contribuzione, si va da un minimo di 5 ad un massimo di 30 anni, incassano un assegno che parte da 2.472 per le reversibili e 3.104 euro lordi mensili per arrivare a 9.947 euro lordi mensili.

Rivalutazione automatica

Acquisito il diritto, si passa all’incasso. Naturalmente, sfruttando un altro privilegio legato al metodo di calcolo del vitalizio. A partire dal 1996, con la riforma Dini, i lavoratori italiani hanno dovuto dire addio al vantaggioso metodo retributivo, che ancorava la pensione ai livelli di stipendio della parte finale della carriera, per soggiacere ai rigori del contributivo, in base al quale l’ammontare della pensione è legato al valore dei versamenti effettuati nell’arco dell’intera carriera.

Come viene calcolato il loro vitalizio? Ancora una volta, deputati e senatori fanno eccezione. Sia alla Camera che al Senato l’ammontare del vitalizio viene calcolato sulla base dell’indennità lorda (12 mila 434 euro) e degli anni di contribuzione. A ciascun anno è legata una percentuale: A ciascun anno è legata una percentuale:

(1.830 pensionati il 55.418% del totale pensionati 3.302 reversibilità comprese) – per 5 anni si ha diritto al 25 per cento dell’indennità (Media importo pari a 3.108 euro lordi di vitalizio): Sono 766 con una pensione di 3.108/ 3.978 euro lordi al mese , il 23.198% del totale pensionati. Sono 1.064 le pensioni di reversibilità, con una pensione di 2.472 euro lordi al mese, il 32.22% del totale pensionati;

  • (652 pensionati il 19.74% del totale pensionati 3.302 reversibilità comprese) – per 10 anni si ha diritto al 38 per cento dell’indennità (Media importo pari a 4.725 euro lordi di vitalizio); Sono 634 i pensionati con una pensione di 4.351 / 4.725 euro lordi al mese , il 19.20% del totale pensionati. Sono 18 i pensionati con una pensione di 5.098 / 5.844 euro lordi al mese, lo 0.54% del totale pensionati;
  • (407 pensionati il 12.32% del totale pensionati 3.302 reversibilità comprese) – per 15 anni si ha diritto al 53 per cento dell’indennità (Media importo pari a 6.217 euro lordi di vitalizio); Sono 407 i pensionati con una pensione di 6.217 / 6.590 euro lordi al mese, il 12.32% del totale pensionati;
  • (214 pensionati il 6.48% del totale pensionati 3.302 reversibilità comprese) – per 20 anni si ha diritto al 68 per cento dell’indennità (Media importo pari a 8.455 euro lordi di vitalizio); Sono 214 i pensionati con una pensione di 6.963 / 8.828 euro lordi al mese, il 6.48% del totale pensionati;
  • (199 pensionati il 6.02% del totale pensionati 3.302 reversibilità comprese ) – per 30 anni e oltre si ha diritto all’80 per cento dell’indennità (Media importo pari a 9.947 euro lordi di vitalizio). Sono 199 i pensionati con una pensione di Oltre oltre 9.000 euro lordi al mese (da 9.014 a 9.947 euro lordi al mese ), lo 6.02% del totale pensionati.

Con una ulteriore blindatura della base di calcolo: la cosiddetta “clausola d’oro” grazie alla quale il vitalizio si rivaluta automaticamente essendo legato all’importo dell’indennità del parlamentare ancora in servizio.

Niente male davvero, soprattutto se si vanno a vedere le cifre versate dai parlamentari per riscuotere la pensione. Prendiamo il caso di un deputato cessato dal mandato nell’aprile 2006 ed eletto per la prima volta nel ‘94. Il suo mandato effettivo è di 12 anni, essendosi la XII legislatura (’94-’96) chiusasi anticipatamente dopo appena due.

Ma sommando i contributi versati per riscattare i 3 anni mancanti (36 mila euro) a quelli regolarmente pagati durante il mandato (128 mila euro), l’onorevole neopensionato alla fine avrà versato complessivamente circa 164 mila euro per 15 anni di contribuzione. Un ’sacrificio’ che gli consente di incassare oggi un assegno mensile di 6 mila 590 euro lordi.

Con quali altri vantaggi? Nell’ipotesi che abbia oggi 57 anni e che viva fino a 87, come ipotizzato dall’onorevole Rutelli, questo deputato incasserà alla fine 2 milioni 372 mila euro a fronte dei 164 mila versati. Un giochino che farà rimettere alla Camera ben 2 milioni 200 mila euro. E per un solo deputato.

Sono 3.302 (1.377 ex deputati, 861 ex senatori, e 1.064 reversibilità)

Quanto costa tutto questo ai bilanci di Montecitorio e Palazzo madama?

Quanto ai costi complessivi, Montecitorio (dati 2006) ha in carico 2005 pensionati (1.377 ex deputati, piu’ le 628 reversibilità erogate a moglie e figli di parlamentari defunti ): gli ex 2.005 deputati a riposo gli/ci costano 127 milioni di euro a fronte dei 9 milioni 400 mila di entrate relative ai contributi versati dai deputati in carica; il che vuol dire una media di 63.341 mila euro lordi a testa l’anno (4.872 lordi al mese), circa 3.410 netti al mese di media. Cifre risultanti dai bilanci di Montecitorio, e sulle quali nutro dei dubbi, risultando infatti dalle tabelle una piu’ presumibile media mensile di 6.000 euro lordi mensili e non quella piu’ prossima alla minimale attorno ai 3.108 che sono solo il 23.16% del totale, ovvero solo 766 (463 Deputati – 303 Senatori) su un totale di 3.302 ex parlamentari pensionati, deputati e senatori;

  • Quanto ai costi complessivi, il Senato (dati 2006) ha in carico 1297 pensionati ( 861 ex senatori, piu’ le 436 reversibilità erogate a moglie e figli di parlamentari defunti ): gli ex senatori a riposo (reversibilità comprese) gli/ci costano 60.0 milioni di euro, a fronte dei 4 milioni 800 mila di entrate ricavate dai versamenti dei senatori in servizio, il che vuol dire una media di 46.260 mila euro lordi a testa (l’anno) (3.558 lordi al mese), circa 2.490 netti al mese di media. Cifre risultanti dai bilanci del Senato, e sulle quali nutro dei dubbi, risultando infatti dalle tabelle una piu’ presumibile media mensile di 6.000 euro lordi mensili e non quella piu’ prossima alla minimale attorno ai 3.108 che sono solo il 23.16% del totale, ovvero solo 766 (463 Deputati – 303 Senatori) su un totale di 3.302 ex parlamentari pensionati, deputati e senatori;
  • Un’autentica voragine che nel 2006 produrrà un “buco” stimato in 172.9 milioni di euro. Anche a questi a carico dei cittadini contribuenti. Fino a quanto reggerà il sistema? “Noi nemmeno ci poniamo il problema”, spiega un funzionario del Senato. Ci pensa lo Stato a ripianare ogni anno il disavanzo. Qualcuno che si scandalizza per queste storture c’è anche in Parlamento. E magari, come il diessino Cesare Salvi, autore con Massimo Villone del bestseller ‘Il costo della democrazia’, invoca pure un intervento legislativo per allineare i parlamentari al resto dei cittadini: “Basta con questi scandalosi trattamenti di favore”, dice, “ci vuole il contributivo per tutti”;
  • Nel 1996 gli ex senatori a riposo erano 752, per un costo di circa 62 miliardi di lire, gli ex deputati a riposo erano 1188 con una spesa di 150 miliardi di lire, + 1.000 vitalizi di reversibilità erogati a moglie e figli di parlamentari defunti con una spesa di 126 miliardi di lire, per una spesa annua totale pari a 169 milioni di euro.

Oltre oltre 9.000 euro netti al mese (da 9.014 a 9.947 euro  )

Sono 199 i pensionati ricchi, lo 6.02% del totale pensionati 3.302 (reversibilità comprese) per una spesa complessiva annua pai a circa 24.5 milioni di euro.

6.963 / 8.828 euro netti al mese

Sono 214 i pensionati ricchi, il 6.48% del totale pensionati 3.302 (reversibilità comprese) per una spesa complessiva annua pai a circa 22.25 milioni di euro

6.217 / 6.590 euro netti al mese

 

Sono 407 i pensionati ricchi, il 12.32% del totale pensionati 3.302 (reversibilità comprese) per una spesa complessiva annua pai a circa 34.76 milioni di euro

5.098 / 5.844 euro netti al mese

Sono 18 i pensionati ricchi, lo 0.54% del totale pensionati 3.302 (reversibilità comprese) per una spesa complessiva annua pai a circa 1,287 milioni di euro

4.351 / 4.725 euro netti al mese

Sono 634 i pensionati ricchi, il 19.20% del totale pensionati 3.302 (reversibilità comprese) per una spesa complessiva annua pai a circa 38.9 milioni di euro

3.108/ 3.978 euro netti al mese

463 Deputati

303 Senatori

Sono 766 i pensionati ricchi, il 23.19% del totale pensionati 3.302 (reversibilità comprese) per una spesa complessiva annua pai a circa 31.36 milioni di euro

Reversibili: 2.472 euro netti al mese

Le 1.064 reversibilità per un totale il 32.2% del totale pensionati 3.302 (reversibilità comprese) per una spesa complessiva annua pai a circa 34.2 milioni di euro

Il vitalizio si cumula con tutti i redditi e tutte le rendite:

Il privilegio parlamentare non ha colore politico, tocca tutte le sponde partitiche, senza riguardi per i limiti d’età. Premia per cominciare il politico di professione, giovane leader di sinistra dal robusto curriculum, come Walter Veltroni, ex vicepresidente del Consiglio. Walter Veltroni somma lo stipendio di sindaco (5.500 euro netti mensili) con il vitalizio di 9000 euro lordi. Cinquantuno anni, consigliere comunale dal 1976, deputato dall’87, sindaco di Roma dal 2001, precoce in tutto l’attivissimo Walter è anche uno dei più giovani pensionati del nostro Parlamento: con 23 anni di contributi versati, dal 2005 riscuote dalla Camera un vitalizio mensile di 9 mila euro lordi (che si aggiunge allo stipendio del Campidoglio, di circa 5.500 euro netti). Non senza tormenti: consapevole del trattamento di favore rispetto ai comuni mortali che a partire dal prossimo anno potranno andare in pensione solo a 60 anni, Veltroni fa sapere di avere provato a rifiutare il vitalizio cercando di farlo congelare a Montecitorio; non essendoci riuscito (l’eventualità non è prevista dai regolamenti) alla fine ha deciso di distribuirlo in beneficenza alle popolazioni africane.

  • Il privilegio è cieco al merito e dispensa i suoi vantaggi a prescindere dalle prestazioni lavorative fornite. Toni Negri, leader di Potere operaio, nel 1983 era detenuto per associazione sovversiva e insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Per restituirgli la libertà, Marco Pannella lo inserì nelle liste radicali facendolo eleggere in Parlamento. Conquistato lo scranno, Negri mise piede alla Camera solo per sbrigare le pratiche connesse al suo insediamento. Dopo poche settimane, temendo di finire di nuovo in gattabuia, si diede alla latitanza in Francia senza mai più farsi vedere a Montecitorio. Ciononostante, oggi riscuote 3 mila 108 euro di pensione parlamentare senza avere prodotto nemmeno una legge: la sua personale vendetta contro lo Stato borghese. Ecco due delle sorprese che spuntano dalla lista delle pensioni elargite da Camera (in totale, 2.005 per una spesa di 127 milioni di euro l’anno) e Senato (1.297 per 59 milioni 887 mila euro) a favore degli ex parlamentari (nelle cifre sono comprese anche le 1.041 pensioni di reversibilità incassate dagli eredi di eletti defunti) e che per la prima volta ‘L’espresso’ pubblica in esclusiva.
  • Veltroni e Negri non sono episodi isolati. Il privilegio del vitalizio per deputati e senatori non conosce infatti ostacoli e si cumula con tutti i redditi: Altri lo sommano ai redditi da lavoro dipendente, come chi è tornato a insegnare (come Marida Bolognesi dell’Ulivo) o alla retribuzione di commissario Enac (Vito Riggio, ex Dc, 150 mila euro lordi l’anno per questo incarico), alle nomine alle varie Authority (Mauro Paissan, Privacy, 144 mila euro lordi).
  • Governo con vitalizio: Anche il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, di Rifondazione, chiede una riforma: “Sarebbe bello se con un atto unilaterale la politica scegliesse la strada di un ridimensionamento dei propri privilegi”. Che ci pensi magari il governo, con la prossima ‘lenzuolata’ riformatrice? C’è da sperarlo, anche se proprio nei ranghi dell’esecutivo si annida un robusto, nuovo drappello di privilegiati costretti a dimettersi per gli accordi presi dai partiti della maggioranza. Curioso e fortunato destino, il loro. Fossero restati deputati o senatori non avrebbero potuto riscuotere il vitalizio; come ex, invece, nonostante incassino anche indennità e stipendi proprio in quanto viceministri e sottosegretari “non parlamentari” (198 mila euro l’anno) possono tranquillamente intascare anche la pensione. Cosi’ il privilegio del vitalizio per deputati e senatori si somma all’indennità di chi si è dimesso da parlamentare per entrare nel secondo governo Prodi, in tutto sono 2 viceministri e 18 sottosegretari, tre casi tra i tanti: il viceministro degli Esteri Ugo Intini, che oltre alla “paga” spettantegli come membro dell’esecutivo, prende un vitalizio di 8 mila 455 euro lordi; Luigi Manconi, sottosegretario alla Giustizia che incassa 4.725 euro e Alfonso Gianni, sottosegretario allo Sviluppo economico, Rifondazione comunista, che a 56 anni riscuote anche una pensione di 6 mila 600 euro lordi al mese.
  • E, naturalmente, si cumula anche con tutti i livelli di reddito, anche quelli più ragguardevoli. Susanna Agnelli, con 20 anni di contribuzione riscuote un vitalizio di 8 mila 455 euro al mese. Luciano Benetton, per 2 anni spesi a Palazzo Madama incassa una pensione di 3 mila 108 euro lordi. O per altre due ex star di Montecitorio, avvocati di professione, titolari di avviatissimi studi professionali, nel 2006 secondo e terzo, dopo Silvio Berlusconi, nella classifica parlamentare dei redditi dichiarati. Si tratta di Publio Fiori e Lorenzo Acquarone. Il primo, ex An, a fronte del milione e 400 mila euro di reddito annuo incassa quasi 10 mila euro al mese di vitalizio; mentre l’altro, Acquarone, Udeur, al milione 300 mila euro di Irpef aggiunge anche 9 mila 400 euro mensili di vitalizio parlamentare. Anche il vicepresidente del Senato Milziade Caprili, di Rifondazione, chiede una riforma:

Riforma?

Solo per gli altri

Infatti una cosa balza evidente sfogliando i riservatissimi regolamenti pensionistici relativi ai meccanismi di calcolo della pensione: i sacrifici previdenziali non sembrano riguardare i parlamentari. Le regole che si sono date stanno lì a dimostrarlo.

Per i deputati è in vigore un regolamento approvato con una riforma dall’Ufficio di presidenza nel luglio del 1997. Recita che gli onorevoli il cui mandato parlamentare sia iniziato successivamente alla XIII legislatura del 1996 conseguono il diritto alla pensione al raggiungimento dei 65 anni. L’unico vincolo è quello della contribuzione: devono essere stati fatti versamenti per almeno cinque anni, quelli di una legislatura piena. Così, almeno per l’età pensionabile, gli onorevoli sembrano allineati al resto della cittadinanza. Ma si tratta di un’illusione. Fissato il limite ecco gli sconti. Sì alla pensione a 65 anni ma, attenzione, l’età minima per il vitalizio scende di un anno per ogni ulteriore anno di mandato oltre i cinque. Sino a raggiungere il traguardo dei 60 anni.

  • Ma non è finita. Una gran parte dei deputati risulta eletta prima del 1996. Per loro resta valida la normativa in vigore prima della riforma. E cosa stabilisce questa normativa? Che si ha diritto al vitalizio all’età di 60 anni, riducibili a 50 utilizzando tutti gli anni di mandato accumulati oltre i cinque minimi richiesti. Morale della favola? Con oltre tre legislature, per esempio 20 anni di contributi, si può andare in pensione addirittura sotto i 50 anni.
  • Ancora più generosi si rivelano i senatori: sotto la spinta delle critiche degli anni Novanta, anche a Palazzo Madama hanno varato una riforma previdenziale con la quale gli eletti a partire dalla XIV legislatura del 2001 hanno diritto alla pensione solo a 65 anni e a condizione di aver svolto un mandato di cinque anni. Ma si tratta di pura apparenza. Fatta la norma, cominciano le deroghe. Anzitutto, per coloro che hanno conquistato lo scranno prima del 2001, per i quali il privilegio antico di riscuotere il vitalizio a 60 anni con una legislatura, a 55 con due e addirittura a 50 anni dopo tre mandati resta immutato. Ma un trucchetto c’è anche per gli eletti del 2001: quelli che avranno collezionato un secondo mandato potranno anch’essi scendere a 60 anni. Insomma, chi la dura la vince.
  • Fine delle facilitazioni? Macché io la preferisco baby . Il comune cittadino può andare attualmente in pensione con 35 anni di contributi e 57 anni di età. Se lo scalone di Maroni non sarà toccato dal governo Prodi, dal prossimo anno ci vorranno addirittura 60 anni. Deputati e senatori potranno invece affrontare la vecchiaia con il conforto di ricche pensioni-baby. Secondo i regolamenti di Montecitorio e Palazzo Madama il diritto al vitalizio si acquisisce versando le quote contributive (attualmente 1.006 euro mensili) per almeno cinque anni di mandato. Davvero una bella differenza con i 20 anni di contributi minimi richiesti ai cittadini per la pensione di vecchiaia. E non basta. I parlamentari hanno voluto annullare anche gli effetti dell’instabilità politica che in Italia, si sa, porta sovente alla chiusura anticipata delle legislature. Come? Decidendo all’unisono che in questi malaugurati casi 2 anni e sei mesi di effettivo incarico sono sufficienti per il diritto alla pensione. Basta pagare contributi volontari per i due anni e mezzo mancanti. E senza nemmeno affannarsi con i versamenti: agli onorevoli parlamentari è infatti permesso di saldare anche a ‘fine mandato e in 60 rate’. Più facile di così!
  • E sì che i richiami – opportuni – alla fine dello sperpero previdenziale in Parlamento risuonano quotidianamente: giù le mani dalle pensioni, la riforma Maroni e lo ’scalone’ non si toccano, tuona il centrodestra. In pensione a 60 anni se davvero vogliamo risanare i conti pubblici, rincarano i ‘riformisti’ di centrosinistra. Tranne poche eccezioni, quelle di rifondaroli, verdi e comunisti italiani, maggioranza e opposizione non sembrano nutrire dubbi sull’inopportunità di riportare a 57 anni il limite per la pensione. “Se si vive sino a 87 anni, come avviene oggi”, sentenzia Francesco Rutelli, “nessuno può pensare di avere una pensione da 57 a 87 anni”. Giusto. E difatti Confindustria aggiunge che con le nostre finanze disastrate non possiamo permetterci tanta generosità. Mentre la Ue ci marca stretto e invoca misure draconiane per stoppare le pensioni d’anzianità facili e i trattamenti di favore

TITOLO- LE MIE ESTERNAZIONI

INDIRIZZO – www.robertodiiorio.blogspot.com

Altro esperimento storico al Cern di Ginevra: lungo l”anello di 27km gli scenziati hanno ricreato una collisione in miniatura tra protoni ad una velocità mai ricreata prima d”ora in laboratorio: 7 trilioni di elettron volt.

L”elettron-volt è l”ordine di grandezza delle energie in gioco nelle reazioni chimiche (infatti le pile, che sono i più semplice dispositivi elettrochimici, erogano tensioni di ~ 1.2÷1.5 V). E” quindi l”energia con cui sono legati gli elettroni esterni, più facilmente separabili da un atomo, perciò è anche l”energia in gioco nei fenomeni ottici, che avvengono attraverso una perturbazione degli elettroni esterni, e in tutti i fenomeni biologici (si pensi alla fotosintesi, come esempio di fenomeno biologico-ottico-chimico). Le energie caratteristiche degli elettroni più interni di un atomo sono dell”ordine dei keV (1 keV = 1000 eV), e sono caratteristiche dei raggi X. Le energie caratteristiche dei protoni nel nucleo sono ancora maggiori, dell”ordine dei MeV (1 MeV = 1 106=1000000 eV) , e sono caratteristiche dei raggi gamma. Le energie caratteristiche dei raggi cosmici o delle particelle accelerate in grandi macchine acceleratrici sono dell”ordine dei GeV (1 GeV = 1 109 = 1000000000 eV). L”energia che possiede un protone di 2000 GeV, che una sola macchina al mondo è attualmente in grado di produrre, equivale a ~3 10-7 joule; per confronto una zanzara, con la massa di circa 1 mg, che voli alla velocità di 1 m/s ha un”energia cinetica di ~ 5 10-7 joule. Però il volume di una zanzara è ~1 mm3 mentre un protone ha un volume di 10-36 mm3 quindi un grande acceleratore può essere visto come un concentratore di energia che realizza in uno spazio piccolissimo una eccezionale densità di energia. E” da notare che sebbene eV, keV, ecc. siano definiti inizialmente dalla quantità di energia ceduta o acquistata da particelle cariche attraverso un campo elettrico, si tratta comunque di unità di misura dell”energia che possono essere usate per misurare l”energia cinetica o potenziale di qualsiasi origine, quindi poiché la forza nucleare agisce in maniera simile tra protoni e neutroni, si può attribuire ai neutroni in un nucleo un”energia dell”ordine dei MeV, come per i protoni, anche se non hanno carica elettrica.

A questi livelli far scontrare due  protoni è come far scontrare due aghi  sparandoli dalle sponde opposte dell”Atlantico, afferma il direttore degli acceleratori e della tecnologia del Cern, STEVE MYERS.

Lo scopo di questi esperimenti è quello di ricreare le prime fasi dell”Universo, consentendo ulteriori scoperte riguardo a nuove particelle in modo da aprire le porte alla nuova fisica.

tratto e addattato da

www.ilsole24ore.com

www.ansa.it

di Sandro Cimino

Tutto iniziò nel 1669 quando Juan Caramuel propose l’uso del sistema numerico binario con la pubblicazione del volume “Mathesis biceps. Vetus, et noua”  nella sua sede vescovile di Campagna in provincia di Salerno. L’aritmetica binaria venne ben presto dimenticata e riscoperta solo nel 1847 grazie al matematico inglese George Boole che aprirà l’orizzonte alla nascita del calcolatore elettronico capace di “pensare” in binario. Da allora ne abbiamo fatto di strada, oggi abbiamo computer dalla potenza di calcolo eccezionale, capaci di eseguire miliardi di operazioni al secondo e di gestire molti aspetti della vita quotidiana di ognuno di noi.

Mentre state leggendo questo articolo, potrebbe squillarvi il cellulare. Magari state ascoltando musica dal vostro iPod, dal lettore cd o da Internet. In questo preciso istante, in una banca sono custoditi i vostri soldi e ,senza che ve ne accorgiate, si stanno spostando dal vostro conto a quello del negozio d’intimo nel quale avete comprato il regalo di compleanno per la vostra ragazza qualche giorno fa.

Tutti questi eventi sono riconducibili ad un unico e immenso flusso di informazioni chiamato “convergenza digitale “.

La convergenza digitale ci sta cambiando radicalmente la vita, basti pensare alla lenta ma inesorabile scomparsa del denaro contante. Con l’avvento delle carte di credito, carte prepagate, bancomat e tanti altri sistemi di pagamento elettronici, pagare un acquisto si traduce in una manciata di bit che vengono trasferiti dal POS del negozio al server della banca che provvederà a registrare la transazione.  Questa “scomparsa” dei soldi era stata in parte ipotizzata da Thomas Mun(1571-1641) e David Hume(1711-1776), rispettivamente mercante e filosofo inglesi e prende il nome di teoria quantitativa della moneta.

Secondo questa teoria, la moneta circolante è data dall’offerta di moneta(quantità di moneta che la banca centrale deve emettere perché richiesta dagli individui) fratto la velocità di trasferimento del denaro: e se la velocità diventa infinita(come nel caso dei trasferimenti “istantanei” di Bancomat e carte) il denaro cartaceo diventa zero!

La gestione dell’informazione può andare oltre, arrivando a pianificare un nuovo sistema di prelievo fiscale e una migliore equità sociale. Con questo sistema si rende inutile l’imposta sul reddito “a percentuale”, in favore di una analisi più corretta di comportamenti ed abitudini: in pratica, i prezzi dei beni potrebbero essere personalizzati. Vai in palestra regolarmente? Pagherai meno i farmaci. Hai montato infissi termici a casa tua? Avrai il 5% di sconto sul metano da riscaldamento. In questo modo si perfezionerebbero meccanismi di incentivo/disincentivo che già ora riguardano alcuni aspetti della tassazione(basti pensare a sigarette ed alcolici). La convergenza digitale potrebbe far sparire il prezzo unico, basta solo scambiare informazioni più velocemente. La tecnologia che consentirebbe di realizzare questo sistema esiste già. Si potrebbe utilizzare un chip Rfid(radio frequency identification, identificazione a radiofrequenza ) come quello del Telepass, integrato nel nostro cellulare, che ci permetta di essere identificati da una miriade di apparecchiature elettroniche consentendoci di effettuare pagamenti o di passare la nostra storia clinica al terminale dell’ospedale semplicemente avvicinando il telefonino.

Purtroppo c’è un aspetto della convergenza digitale che dovrebbe preoccuparci. La Privacy!

Tutte queste informazioni personali che viaggiano freneticamente nella rete globale hanno bisogno di protezione. Ogni nostra azione, che sia l’apertura di un conto corrente o l’iscrizione ad un socialnetwork, ci porta inevitabilmente a fornire dati personali. La cosa a cui dobbiamo stare attenti è a chi forniamo questi dati e se ci garantiscono che questi ultimi vengano trattati secondo le vigenti leggi che disciplinano la materia. Quante volte ci è capitato di registrarci ad un sito e di aver spuntato la casella di accettazione del trattamento ai dati personali? Sicuramente molto spesso, però bisogna stare attenti e conoscere nei dettagli a cosa abbiamo acconsentito. Ogni sito che permette la registrazione di un utente, ”per legge”, deve rendere disponibile alla lettura l’informativa sulla privacy nella quale sarà specificato come verranno trattati i vostri dati personali e per quali scopi verranno utilizzati.

Tutta questa tecnologia ci semplifica la vita ma allo stesso tempo ci rende immobili. Ogni tanto invece di stampare l’estratto conto comodamente da casa, andiamo in banca. Il cassiere della nostra filiale ci darà quello che il nostro PC non potrà mai darci, il rapporto umano.

Ebbene si, forse neanche l’apple, nel momento in cui l’ha lanciato, si aspettava tutto questo successo.
Ormai le applicazioni presenti nell’appstore sono più di 150.000 nonstante le critiche al sistema per l’approvazione delle “apps”.
E’ stata anche ribattezzata la gallina dalle uova d’oro con oltre 3 miliardi di download nel giro di due anni, con una media di 5 milioni di download al giorno.
Numeri da capogiro che cresceranno in maniera esponenziale.
Infatti, secondo uno studio di un istituto di ricerca, il mercato delle applicazioni è stimato attorno agli 8 miliardi di dollari.
Mentre nel 2013 raggiungerà quota 25 miliardi di dollari.
Il modello di business lanciato da Steve Jobs fà gola a molti.
BlackBerry, Nokia, Microsoft e Google sono corsi ai ripari lanciando i loro store, anche se i numeri tutt’ora vedono l’azienda di cupertino dominare su tutti i fronti.
Il successo è dovuto anche alla semplicità di installazione di queste applicazioni.
Basta un touch per entrare nel mondo appstore, scegliere l’app, e installarla sul proprio dispositivo.
Un mondo che ha reso ricchi diversi sviluppatori tra cui ricordiamo Ge Wang padre dell’applicazione Ocarina,
che trasfoma l’iphone in uno strumento a fiato. Ocarina e una delle 20 applicazioni più scaricate
di sempre che ha fruttato oltre 5 milioni di euro al suo ideatore.
Tra gli sviluppatori italiani invece ricordiamo Maurizio Zili che ha inventato l’app che permette di ricevere le news della bbc
direttamente sul telefonino.
Apple trattiene il 30% dei ricavi, lasciando allo sviluppatore il 70%.
Diventare ricchi si puo basta avere un idea originale.
Già, perché i programmi più venduti e scaricati non sono solo quelli tradizionali, come giochi e utilità che potenziano
le capacità del telefonino. Anzi, più sono strani, simpatici, inutili, più hanno successo.
I programmatori di tutto il mondo sono avvertiti.
Quest’app store sembra proprio essere il paese delle meraviglie.

di Maurizio Trezza.

Clean Water for a Healthy World” è lo slogan scelto dalle Nazioni Unite per la diciottesima Giornata Mondiale dell’Acqua che si celebra proprio oggi, 22 marzo. Il World Water Day (1) fu istituito dall’O.N.U. nell’ambito della Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Inserita tra le direttive dell’Agenda 21 la risoluzione (2) invitava gli Stati membri ad osservare gli appelli espressi dall’Assemblea Generale e a promuovere, nell’ambito di questo appuntamento annuale, ogni tipo di iniziativa concreta attraverso la diffusione di dimostrazioni e la programmazione di conferenze, seminari e ogni tipo di attività che avesse lo scopo di rendere più sensibile l’opinione pubblica su un tema fondamentale per il futuro del Pianeta.

Per comprendere del tutto l’importanza che questo elemento primario ha per l’uomo bisogna sapere che nei Paesi Occidentali il consumo di acqua è stimato tra i 200 e i 250 litri al giorno pro-capite, non è un errore, avete letto bene, non vi sembrerà una stima sproporzionata se pensate ad esempio che:

• per produrre 1 litro di benzina sono necessari 40 litri d’acqua;
• per produrre 1 Kg di pomodori sono necessari 80 litri d’acqua,
• per produrre 1 kg di patate sono necessari 106 litri d’acqua;
• per produrre 1 kg di grano sono necessari 1.500 litri d’acqua;
• per produrre 1 lattina di Coca Cola sono necessari 3 litri d’acqua.

Quando si parla di risorse idriche bisogna distinguere le realtà globali da quelle locali, entrambi cariche di significato e di questioni da risolvere. Nel Mondo sono quasi 4 miliardi le persone a rischio per insufficienza di acqua, sono 2,6 miliardi le persone che non hanno accesso ai servizi igienico-sanitari di base. “Acqua 2010”, il dossier presentato lo scorso 19 marzo dal Cipsi (Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale), sottolinea: “1,6 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile, , 5 milioni di persone muoiono ogni anno per malattie legate all’acqua e 1,8 milioni di bambini muoiono ogni anno per malattie connesse alla mancanza d’acqua potabile, pari a 4.900 bambini al giorno (in 8 mesi tutti i bambini d’Italia), un bambino nato in un paese industrializzato consuma acqua da 30 a 50 volte più di un bambino di un paese povero”. Spiega il Presidente del Cipsi Guido Barbera: ”L’acqua è così importante per il futuro dell’umanità da dover essere salvaguardata e resa accessibile nel mondo secondo criteri etici piuttosto che economici. L’imperativo categorico dei governi, delle imprese e dei cittadini deve essere quello di mantenere sostenibile l’uso del bene comune più prezioso del pianeta. Mentre oggi nel mondo il 12% della popolazione usa e spreca l’85% delle risorse idriche, l’accesso partecipato all’acqua è essenziale per il rafforzamento della solidarietà tra i popoli, le comunità, i paesi”.

Per quanto riguarda l’Italia sono due i fattori che destano maggiori preoccupazioni: da un lato l’elevato numero di sprechi e di consumi che contraddistingue il nostro Paese, dall’altro il processo di privatizzazione dei servizi idrici che è stato avviato dal Governo. L’Italia detiene il primato  europeo nella quantità di acqua utilizzata, è tra i primi al mondo dopo Giappone, Canada, USA e Australia, inoltre, secondo il Censimento delle risorse idriche a uso civile svolto dall’Istat, il consumo continua ad incrementarsi (+1,7 % rispetto al 2005 e +2,6 % rispetto al 2006). Come se non bastasse l’Italia risulta tra i maggiori Paesi al mondo nella disonorevole classifica degli sprechi, il rubinetto degli italiani perde tra il 27 e il 30 % dell’acqua immessa nelle condutture, ognuno di noi consuma in media 237 litri al giorno e ne disperde 104. Uno studio commissionato dall’Assoknowledge di Confindustria ha cercato di stimare tali sprechi in termini economici rilevando un elemento di forte criticità del nostro sistema idrico: 1,2 miliardi di danni per la mancata ottimizzazione dei costi gestionali, gli sprechi dovuti a perdite di rete sono circa 1,4 miliardi di metri cubi di acqua e producono un danno economico pari a circa 1,6 miliardi di euro, i mancati investimenti sono circa 167 euro per utenza considerando un fabbisogno di 55 miliardi in 10 anni (come stimato dal Ministero dello Sviluppo Economico). Proiettando tale dato su base nazionale il mancato ricavo per le imprese è di circa 3,3 miliardi di euro relativo alla mancata realizzazione dei lavori su reti. Secondo questo studio, per risolvere la situazione sarebbero necessari investimenti pari a 45,7 miliardi di euro per i prossimi 20 anni. L’Italia inoltre, nel febbraio 2009, ha ricevuto un parere motivato dalla Commissione Europea “per la mancata conformità alla direttiva del 1991 sul trattamento delle acque reflue urbane”(3), le cosiddette acque di scarico.

L’altra questione spinosa, per quel che riguarda la gestione dei servizi idrici in Italia, si presenta dopo l’approvazione, tramite l’ennesimo ricorso alla fiducia, del decreto Ronchi, il 19 novembre 2009. All’art. 15 si interviene in materia di affidamento dei servizi pubblici locali di rilevanza economica (non solo la gestione delle reti idriche), sottoponendoli alle regole della concorrenza e del profitto. L’approvazione del decreto ha suscitato dure reazioni da parte dell’opposizione, dei movimenti per l’acqua pubblica e di numerosi sindaci e regioni che hanno deciso di ricorrere alla Consulta per questioni di incostituzionalità, le proteste sono confluite nella manifestazione dello scorso sabato a Roma in difesa dell’acqua e della sua gestione pubblica, intanto ad aprile partirà la raccolta firme per la promozione di 3 quesiti referendari.

Come si può capire l’acqua è una delle questioni più complicate per il futuro dei Paesi Occidentali ma soprattutto per i Paesi Emergenti dove rischia davvero di diventare il “nuovo petrolio”, l’oro blu che tutti vorranno rivendicare.

1 http://www.worldwaterday2010.info/

2 http://www.un.org/documents/ga/res/47/a47r193.htm

3http://europa.eu/rapid/pressReleasesAction.do?reference=IP/09/285&format=HTML&aged=0&language=IT&guiLanguage=en

Ringrazio Carlo per il contributo.

Di Maurizio Trezza.

Questa storia del decreto legge “interpretativo” (termine geniale che funge da vaselina) mi ha riportato alla mente le giornate trascorse sotto il sole, quando si era ragazzini. Tutti quelli che passavano pomeriggi interi correndo dietro a un pallone, per la serie “e terra e polvere che tira vento e poi magari piove”, mi capiranno.  Nelle partite improvvisate per strada o nei cortili c’era sempre il furbetto della situazione che, quando la palla era destinata ad andare fuori di pochi centimetri, spostava i pali, o meglio, le pietre, gli zaini e quello che c’era. Allargava la porta per far in modo che un errore del compagno diventasse un goal. Era un gesto istintivo che si faceva di nascosto, era uno di quei gesti che in qualche modo certificava la discendenza del violatore di turno, italiano d.o.c.

Questo è quello che è successo dopo il caos delle liste alle regionali del Lazio e della Lombardia. Gli italiani d.o.c. del Consiglio dei Ministri hanno spostato i pali della legge, hanno cambiato le regole durante la partita, decidendo arbitrariamente che, per la squadra dell’Amore, le regole preesistenti fossero troppo rigide per essere rispettate. Ma, ricordando le liti che si scatenavano tra quelli che avevano subito il torto e quelli che avrebbero avuto una carriera politica di indiscusso successo, non ho potuto fare a meno di notare delle sostanziali differenze.

A quei tempi la violazione delle regole comportava ancora dei rischi, chi veniva sorpreso rischiava perlomeno di passare per imbroglione, per questo il misfatto si compiva in maniera velata, simulando a volte una caduta. Oggi invece le regole si cambiano sotto gli occhi di tutti, senza il minimo senso del pudore, senza che nessuno sia in grado di poterne rivendicare il rispetto. Inoltre in quelle partite interminabili non esistevano arbitri, esistevano delle convenzioni per cui alla violazione palese di una regola o alla sua illegittima modifica corrispondeva, per buon senso, almeno una punizione. Oggi, invece, nonostante la palla sia andata fuori di un metro e nonostante l’incredibile numero di arbitri, giudici di linea, quarto uomo, moviola in campo e fuori campo, il goal viene convalidato. Il decreto dice in pratica che, anche se il pallone è andato fuori, il punto è valido perché il ragazzino aveva intenzione di segnare, aveva tirato per fare goal. Intanto in Italia i pali della democrazia sono ancora più vicini.

Nel giorno del suo 88° compleanno riporto un articolo di Pier Paolo Pasolini apparso sul “Corriere della Sera” il 9 Dicembre 1973 con il titolo “Sfida ai dirigenti della televisione” *. Un’analisi lucida di quegli anni e, soprattutto, di oggi.

“Molti lamentano (in questo frangente dell’austerity) i disagi dovuti alla mancanza di una vita sociale e culturale organizzata fuori dal Centro “cattivo” nelle periferie “buone” (viste con dormitori senza verde, senza servizi, senza autonomia, senza più reali rapporti umani). Lamento retorico. Se infatti ciò di cui nelle periferie si lamenta la mancanza, ci fosse, esso sarebbe comunque organizzato dal Centro. Quello stesso Centro che, in pochi anni, ha distrutto tutte le culture periferiche dalle quali, appunto, fino a pochi anni fa, era assicurata una vita propria, sostanzialmente libera, anche alle periferie più povere e addirittura miserabili.

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” della ideologia edonistica, voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana. Come si è potuta esercitare tale repressione? Attraverso due rivoluzioni, interne all’organizzazione borghese: la rivoluzione delle infrastrutture e la rivoluzione del sistema d’informazioni. Le strade, la motorizzazione ecc. hanno ormai strettamente unito la periferia al Centro, abolendo ogni distanza materiale. Ma la rivoluzione del sistema d’informazioni è stata ancora più radicale e decisiva. Per mezzo della televisione il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè, come dicevo, i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.

L’antecedente ideologia voluta e imposta dal potere era, come si sa, la religione: e il cattolicesimo, infatti, era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è infatti niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti e imposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica: in macchina).

Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo nuovo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere (o, meglio, di salvezza dalla miseria). Lo hanno accettato: ma sono davvero in grado di realizzarlo? No. O lo realizzano materialmente solo in parte, diventandone la caricatura, o non riescono a realizzarlo che in misura così minima da diventarne vittime. Frustrazione o addirittura ansia nevrotica sono ormai stati d’animo collettivi. Per esempio, i sottoproletari, fino a pochi anni fa, rispettavano la cultura e non si vergognavano della propria ignoranza. Anzi, erano fieri del proprio modello popolare di analfabeti in possesso però del mistero della realtà. Guardavano con un certo disprezzo spavaldo i “figli di papà”, i piccoli borghesi, da cui si dissociavano, anche quando erano costretti a servirli.

Adesso, al contrario, essi cominciano a vergognarsi della propria ignoranza: hanno abiurato dal proprio modello culturale (i giovanissimi non lo ricordano neanche più, l’hanno completamente perduto), e il nuovo modello che cercano di imitare non prevede l’analfabetismo e la rozzezza. I ragazzi sottoproletari umiliati cancellano nella loro carta d’identità il termine del loro mestiere, per sostituirlo con la qualifica di “studente”. Naturalmente, da quando hanno cominciato a vergognarsi della loro ignoranza, hanno cominciato anche a disprezzare la cultura (caratteristica piccolo-borghese, che essi hanno subito acquisito per mimesi). Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo-borghese, nell’adeguarsi al modello “televisivo” che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale, diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.

La responsabilità della televisione in tutto questo è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo potere.

Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo. Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogans mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano; il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre…[…]”.

* L’ultima parte dell’articolo è qui omessa ma la potete trovare in Pasolini. Saggi sulla politica e sulla società.

fonte: Pier Paolo Pasolini. Scritti corsari. Garzanti editore s.p.a. 1975, 1990    pp. 22-25.


Oggi mi è capitato di vedere una vecchia foto del sorriso di Berlinguer; sono stata a lungo a fissarlo. Era un sorriso rassicurante, aveva uno sguardo deciso e sereno. Certe volte mi serve di ricordare, e allora vado a rileggere le trascrizioni dei suoi comizi, meglio ancora rivedo i filmati, e nonostante siano passati troppi anni ormai, la sua voce mi resta ancora familiare. Come tutti i comunisti ho amato molto Berlinguer, ed è un amore imperituro.

Sono nostalgie che mi assalgono spesso, soprattutto quando più pressante si fa la campagna elettorale e sempre più mi domando se la mia mano sarà capace di fermarsi a una sola “ics”, o si farà vincere dalla tentazione di scrivere ancora e ancora, tutto il peggio che il cuore mi dice e che possa stare sulla scheda.

Quando c’era Berlinguer, noi mangiavamo bambini e avevamo tre narici. I fascisti erano fascisti ma non si azzardavano a esporre le loro icone maledette e proibite dalla legge (legge 20 Giugno 1956 n° 645 attualmente ancora in vigore). Oggi abbiamo Bersani, ma è a San Remo per il festival, perché dice che è importante stare in prima fila con i giovani, e i fascisti regalano i calendari di mussolini, per aggiudicarsi un voto.

Poi ci sono i comizi, e il tizio malavitoso del consiglio li fa in televisione. Si presenta non più a promettere posti di lavoro a milioni di cittadini, ma a promettere impunità per tutti. I comunisti ora vogliono le tasse, vogliono rimettere l’ICI, tassare i grandi patrimoni, tracciare il danaro così che non si possa più evadere il fisco allegramente, bloccare l’abusivismo edilizio. Oggi questo tizio non ha nemmeno più bisogno di promettere pane agli affamati, e nemmeno brioche; oggi promette direttamente caviale. Spazi verdi e abusi edilizi per tutti coloro che se li possono permettere. Gli altri non contano, lobotomizzati ripeteranno a loro volta la filastrocca: “volete rimettere l’ICI…”

A me è successo; ho avuto la fortuna di sentirmi fare questa obiezione. E come ve lo racconto l’orgasmo provato quando ho ribattuto: “scusa, ma tu non stai in affitto?” Piccolezze e digressione, perdonate.

Berlinguer smetteva a volte di sorridere, e si faceva serio, con le rughe attente intorno agli occhi, con i suoi capelli che sembravano essere liberi di andare, come se ci fosse sempre vento.

Oggi tutti sorridono, e hanno le bocche piene di denti. Sorridono tutti allo stesso modo dai manifesti che deturpano le nostre città. L’esercito dei cloni privi di carisma e personalità, che promettono rastrellamenti di negri, sicurezza, famiglia, fatti, e meno tasse. Il lavoro non è più importante, la scuola non c’entra più, la sanità chi se ne frega. Delle addizionali IRPEF non ne parla mai nessuno, nessuno ti promette di abbassarla, tanto chi la paga è solo il lavoratore dipendente, per gli altri ci sarà un condono prima o poi.

Ha detto il tizio sorridente del consiglio che la sinistra ci fa sfigurare nel mondo. Lui invece lo amano anche in Germania …

E mentre scrivo mi passa la voglia, perché vado lunga, divento noiosa persino a me stessa. Mi ricordo Berlinguer, ma non mi ricordo se poi lui c’era andato a San Remo. Forse però, no.

Rita Pani (APOLIDE che senza il P.C.I. non vota)

Questo articolo è stato pubblicato con il consenso dell’autore.

Nell’antichità greca ed ebraica, il supremo organo collegiale che deliberava in materia politica, giudiziaria e religiosa, su questioni di carattere civile e giudiziario, era il sinedrio (“sanedrin”, o “sanhedrin”, o “synedrin” in ebraico). Questo speciale senato politico e religioso aveva il controllo del tempio e del suo tesoro, assieme al monopolio dei banchi cambiavalute e quello della vendita degli animali destinati al sacrificio nel tempio. Se si raffronta all’occidente tale istituto medio orientale in cui si decidevano gli affari di religione e di Stato si ha l’esatta traduzione dell’occulto fascismo di oggi in cui lo Stato, permettendo il monopolio ai banchieri (dei banchi cambiavalute), svende ai fasci, cioè alle corporazioni – fatte di persone giuridiche di “carta” – ogni proprietà nazionale, cioè di appartenenza ai nativi della nazione.
Ormai disabituati a pensare, siamo in genere abituati a “credere”, ma se si ragiona si scoprono cose inaudite e ci si accorge sempre più di nuove possibili svolte copernicane che riguardano l’emancipazione e l’evoluzione dei singoli.
Nel 1981 Massimo Rastrelli, un gesuita della Consulta Nazionale antiusura, mi accennò ad un avverbio del vangelo di Marco, che mi fece riflettere molto sul senso del tradire, del tradurre e della tradizione biblico neotestamentaria. Esattamente come accade oggi a chi porta i soldi nei “banchi dei cambiavalute” credendo di risparmiare e invece poi scopre che le banche emittenti li fanno sparire mediante inflazione e/o investendoli in armamenti per controllare meglio (transazionalmente) le nazioni del mondo, gli uomini – ovviamente nella misura della propria dignità – si comportano come Giuda, mettendo i soldi nel materasso, e rigettandone ogni possibile frutto.
Infatti Giuda, vedendo che il sinedrio non mantenne l’accordo di garantire l’incolumità di Gesù, riportò al sinedrio i frutti (i trenta denari) di tale accordo (Matteo 27,3).
Oggi è risaputo che Giuda fu cinico, in quanto avrebbe tradito il suo maestro con un bacio, ma tale cinismo non ha ragione di essere, grazie ad un avverbio. Si tratta di “caute”, che significa in latino “cautamente”, e che traduce il testo originale greco “asfalôs”: (Marco 14, 44): “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta” (Bibbia C.E.I.). Ma “caute” non significa “sotto buona scorta”. La parola “asfalôs” ha a che fare con una serie di significati che vanno dal “non sdrucciolare” fino all'”incolumità” ed alla “assicurazione” di qualcosa o di qualcuno. Le varie traduzioni dal greco rientrando nella ricca gamma di tali significati (“sicuramente”: Diodati, “sicuramente”: Luzzi, “sûrement”: Darby, “sicher”: Lutero, “con seguridad”: RV spagnolo, “under guard”: Revised Standard Version, ecc.) ma non rendono il senso dell’espressione latina “caute”. Si trattava infatti di patteggiare col sinedrio la consegna di qualcuno al fine di trattarlo cautamente (“caute”), cioè di non ucciderlo, dato che secondo Marco il complotto per ucciderlo era risaputo: “i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo” (Marco 14,1ss).
Domanda: la buona novella (la parola “vangelo” significa etimologicamente “buona nuova”, “novità benefica”) di Giuda è quella di un uomo malvagio e cinico, salvo poi specificare paradossalmente che sui dodici fondamenti della Gerusalemme messianica stanno i dodici nomi degli apostoli senza specificare la sostituzione del suo nome con quello di Mattia, “incluso tra gli undici apostoli” (Atti 1,26)? Il libro dell’Apocalisse dimentica tale cinismo? Io sono convinto che non si tratti di cinismo e che il bacio di Giuda sia stato il nuovo modo di salutarsi basato sull’amore, adottato da Gesù. Infatti, anche ammettendo la vigliaccheria e l’indegnità o il cinismo che si attribuisce a Giuda, perché mai Giuda avrebbe dovuto raccomandare al sinedrio di trattarlo “caute”, cioè con cautela? Se non si risponde a questa domanda si ammette tacitamente che possa esistere in una medesima persona la volontà di tradire qualcuno facendogli del male, e allo stesso tempo di trattarlo bene. “Caute” significa “cautamente”, “con prudenza”, “con cautela” e con tale avverbio si indica un “procedere in modo da proteggere qualcuno, qualcosa o se stessi” (cfr. O. Pianigiani, “Vocabolario etimologico”, Ed. Melita). Dunque, come può essere ritenuto logico che un traditore abbia cura e attenzioni per colui che ha deciso di tradire?
La risposta è molto semplice: Giuda ama Gesù come gli altri apostoli; lo consegna al sinedrio solo per salvarlo: questo è il suo sbaglio o tradimento: pretendere di salvare il salvatore, tant’è vero che quando il sinedrio lo consegna poi a Pilato, Giuda va ad impiccarsi.
Dunque, prima di tradire il logos, è Giuda ad essere tradito… dal sinedrio. Così stanno le cose – credo – non solo per me o per Rastrelli, ma anche per gli evangelisti.
Invece cosa fa la filosofia del mentecattocomunismo odierno? Reputando filosofi coloro che hanno in abominio la filosofia (Marx, “Miseria della filosofia”) consegna l’io, unico maestro- considerandolo sovrastruttura della materia – nelle mani del diritto canonico (preti, sacerdoti, sinedrio, moralisti acefali del rigore, ecc.) o in quelle del diritto romano (Pilato, il civis romanus, statuti, incartamenti, burocrazie, persone giuridiche, corporativismo di “fasci” o “corporazioni”).
In altre parole io consegno il logos, cioè il Cristo, involucro del mio io al sinedrio, vale a dire allo Stato, ogni volta che scendo a patti col sinedrio, cioè con lo Stato, o coi suoi partiti. E così come il vero sbaglio (o peccato) di Giuda nei confronti di Gesù fu la sua presunzione di salvare il salvatore, allo stesso modo ogni essere umano sbaglia ogni volta che si mette nelle mani del sinedrio cioè del fascismo di Stato: pretendiamo di salvare il salvatore, delegando il nostro io al mero formalismo logico del moralismo bacchettone e mafioso del “sinedrio”, i cui business iniziano con l’invenzione della cartamoneta al tempo del deserto del Sinai. L’equivoco si manterrà poi fino all’emissione dell'”oro-carta” nel 1694, anno di fondazione della banca d’Inghilterra, il cui fondatore William Paterson, candidamente dichiarava: “Il banco trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal nulla”. E nel 1773, tale stile truffaldino già si era trasformato in cinismo, tanto che A. M. Rothschild, fondatore tedesco dell’impero finanziario della famiglia del XVIII secolo dichiarava: “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma di dirigere le conferenze di pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa ottenere guadagni territoriali. Le guerre devono essere dirette in modo tale che le nazioni, coinvolte in entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre di più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere”. Non mi sembra il caso di fare commenti, dato che di fronte a queste parole il cinismo di Giuda veramente si dissolve come contorsione dell’antilogica.